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3 Giugno 2026

Le mamme che lavorano non danneggiano i figli: quarant’anni di studi sfatano un mito duro a morire

Una vasta revisione scientifica pubblicata su Science dimostra che l’occupazione femminile non compromette la crescita dei bambini. A fare la differenza sono invece la qualità dell’impiego e le politiche di sostegno alle famiglie

Negli ultimi decenni, il tema delle madri lavoratrici è stato spesso accompagnato da una domanda ricorrente: dedicare tempo alla carriera può avere conseguenze negative sui bambini? Una nuova analisi pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Science fornisce una risposta fondata su un’enorme mole di dati e mette in discussione uno dei pregiudizi più radicati riguardo al ruolo delle donne nella società.

L’indagine, intitolata Maternal Work and Children's Development: A Review, è stata realizzata da Maria Lo Bue dell’Università di Trieste, Elizaveta Perova della Banca Mondiale e Sarah Reynolds dell’Università della California, Berkeley. Si tratta di una delle revisioni più ampie mai condotte sull’argomento e giunge a una conclusione chiara: nella stragrande maggioranza dei casi, l’attività professionale delle madri non produce effetti negativi significativi sulla crescita dei figli.

Per arrivare a queste conclusioni, le autrici hanno esaminato oltre mille pubblicazioni scientifiche realizzate tra il 1980 e il 2023. Tra queste ne sono state selezionate 61, scelte per il loro elevato rigore metodologico e per la capacità di individuare relazioni causali, andando oltre le semplici correlazioni statistiche.

L’esame ha preso in considerazione ben 884 stime statistiche relative a numerosi aspetti dello sviluppo infantile e adolescenziale: rendimento scolastico, capacità cognitive, salute fisica, equilibrio psicologico e competenze socio-emotive.

Il dato più rilevante emerso riguarda proprio l’impatto dell’occupazione materna: nell’87% dei casi gli effetti osservati non risultano statisticamente differenti da zero. In sostanza, le evidenze disponibili mostrano che il fatto che una madre lavori non compromette il percorso di crescita dei propri figli.

Per lungo tempo, la figura della madre lavoratrice è stata associata all’idea di una minore presenza nella vita dei bambini, sia sul piano educativo sia su quello affettivo. Una convinzione alimentata soprattutto da fattori culturali e sociali, più che da dati scientifici.

I risultati della revisione ridimensionano nettamente questa visione. Le ricercatrici non hanno infatti individuato differenze sistematiche legate all’età dei minori. Gli effetti risultano prevalentemente assenti durante la prima infanzia, negli anni della scuola primaria e secondaria e persino nel periodo dell’adolescenza.

Quanto emerso suggerisce che la tradizionale contrapposizione tra attività professionale e cura familiare rappresenti una lettura eccessivamente semplificata della realtà contemporanea.

L’analisi evidenzia anche un aspetto particolarmente interessante: nei contesti caratterizzati da maggiore fragilità economica e sociale, il lavoro delle madri tende a generare effetti positivi più frequenti, soprattutto sul piano cognitivo e scolastico.

La spiegazione è legata all’aumento delle risorse disponibili all’interno del nucleo familiare. Un’occupazione stabile consente infatti di ridurre le condizioni di vulnerabilità e di investire maggiormente nell’istruzione, nella salute e nel benessere dei più giovani.

I vantaggi diventano ancora più evidenti quando l’attività lavorativa offre strumenti che favoriscono la conciliazione tra vita privata e professionale, come orari flessibili, stabilità contrattuale e adeguate tutele sociali.

La revisione invita quindi a spostare l’attenzione su un altro aspetto. La domanda non dovrebbe essere se le madri debbano lavorare oppure no, bensì quali siano le condizioni in cui svolgono la propria professione e quale contesto sociale le circondi.

Un impiego precario, caratterizzato da retribuzioni basse, orari imprevedibili e scarse garanzie, può creare difficoltà a qualsiasi famiglia, indipendentemente dal fatto che a lavorare sia la madre o il padre. Al contrario, un’attività stabile e compatibile con le esigenze domestiche può contribuire al benessere complessivo dell’intero nucleo.

Le conclusioni dello studio assumono un significato particolare nel contesto italiano. Il nostro Paese continua infatti a registrare uno dei tassi di occupazione femminile più bassi d’Europa e molte donne interrompono o riducono la propria attività professionale dopo la nascita dei figli.

Secondo le evidenze raccolte, puntare esclusivamente su politiche che favoriscano la permanenza delle madri all’interno della sfera domestica rischia di produrre risultati limitati. Più efficace appare invece investire nei servizi per l’infanzia, nei congedi parentali equamente distribuiti, nelle forme di lavoro flessibile e negli strumenti capaci di facilitare l’equilibrio tra responsabilità professionali e familiari.

Il messaggio che emerge dall’analisi è chiaro: il problema non è l’occupazione delle madri, bensì la mancanza di condizioni e politiche in grado di consentire alle famiglie di gestire in modo equilibrato sia la dimensione lavorativa sia quella domestica.

 

 

 

 

@Letizia Demontis