
Lo sapevate che in Sardegna cresce un agrume unico al mondo che non può essere mangiato crudo? Si chiama Sa Pompìa ed è una varietà rarissima coltivata soprattutto nella zona della Baronia, tra Siniscola, Posada, Torpè e fino a Orosei.
Per secoli questo frutto è rimasto quasi sconosciuto alla scienza ed è stato preservato soprattutto grazie alla tradizione agricola e culinaria locale. Fino a pochi anni fa gli alberi erano pochissimi, appena alcune centinaia, distribuiti in un’area geografica molto limitata. Proprio questa diffusione ridotta rende la pompìa uno degli agrumi più rari esistenti.

Il suo sapore è molto particolare: la polpa è estremamente acida e ricca di note amare, caratteristiche che la rendono poco gradevole se consumata fresca. Per questo motivo il frutto viene utilizzato quasi esclusivamente dopo una lunga lavorazione.
Nella tradizione sarda si utilizza soprattutto l’albedo, cioè la parte bianca della buccia. Questa viene prima bollita e poi cotta lentamente nel miele anche per cinque o sei ore. Il procedimento rende la consistenza più morbida e attenua l’amaro, creando un equilibrio tra dolce e una leggera nota amarognola che caratterizza i dolci tipici della zona.
La pompìa ha pochissima polpa, una scorza molto rugosa e uno strato bianco molto spesso. Prima della preparazione si elimina la parte esterna della buccia e la polpa con un piccolo coltello, lasciando soltanto l’albedo. Dopo essere stato sbollentato, questo viene cotto nel miele fino a diventare quasi candito. Dalla scorza del frutto si ricava anche un olio essenziale ricco di limonene, utilizzato in piccole produzioni artigianali per cosmetici e liquori.

Una volta completata la preparazione tradizionale, il prodotto può assumere due forme diverse. Se la scorza viene lasciata intera e conservata nel miele in barattoli di vetro prende il nome di Pompìa intrea. In alternativa viene tagliata a pezzi, mescolata con mandorle a scaglie e modellata a forma romboidale. Questo dolce profumato, spesso servito durante le feste, è conosciuto come Aranzada, una ricetta molto antica della tradizione gastronomica locale.
Dal punto di vista estetico il frutto ricorda in parte il cedro, ma presenta una buccia molto irregolare ricoperta da protuberanze che gli conferiscono una forma quasi scultorea. Generalmente è tondeggiante, leggermente schiacciato alle estremità, e pesa in media circa 300 grammi.

La scorza può raggiungere anche i 15 millimetri di spessore ed è ricca di albedo, la parte bianca compatta e carnosa utilizzata nelle preparazioni. All’interno si trovano una decina di spicchi chiari pieni di semi che contengono un succo estremamente acido e astringente, tanto intenso da rendere il frutto immangiabile se consumato fresco.
Le prime testimonianze storiche risalgono al Seicento, quando il gesuita Giovanni Battista Ferrari, nel libro Hesperides, descrisse un agrume chiamato “Aurantium citratum”, che molti studiosi ritengono possa essere proprio la pompìa. Documenti dello stesso periodo, redatti durante il governo del Viceré di Sardegna, indicano inoltre coltivazioni nell’area dell’Oristanese.
Dopo secoli di diffusione limitata, la situazione cambia alla fine degli anni Novanta, quando nel territorio di Siniscola nasce un progetto di agricoltura sociale che avvia nuove coltivazioni e contribuisce a salvare questa varietà dal rischio di scomparsa.
Letizia Demontis