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2 Settembre 2026

Da “ghostare” a “delulu”, il dizionario della Gen Z

Inglese, gaming, meme e TikTok hanno trasformato il linguaggio dei più giovani. Non cambiano soltanto le parole: anche teschi, pagliacci e pollici alzati assumono significati completamente diversi

Se qualcuno vi dice che una situazione è “cringe”, che è stato “ghostato” o che un amico è completamente “delulu”, non sta necessariamente parlando una lingua straniera. È semplicemente il vocabolario quotidiano di una parte della Gen Z, la prima generazione cresciuta fin dall’infanzia tra internet, smartphone e social network.

TikTok, Instagram e prima ancora Twitch e il mondo del gaming hanno contribuito alla nascita di un linguaggio nel quale l’inglese viene preso, modificato e trasformato in verbi che si comportano ormai come parole italiane. A questo si aggiungono meme, tormentoni e invenzioni che possono diventare virali in pochi giorni.

Il risultato è un vocabolario in continua evoluzione che per genitori e adulti può risultare quasi incomprensibile.

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Molti dei termini più utilizzati nascono direttamente dall'inglese. “Blastare”, per esempio, deriva da to blast e viene utilizzato quando qualcuno sconfigge nettamente un avversario, non necessariamente in un videogioco: si può “blastare” qualcuno anche durante una discussione sui social.

“Blessare”, da bless, assume invece un significato positivo e può indicare qualcosa che ha migliorato una giornata o una situazione. “Cursare”, derivato da curse, si trova all'estremo opposto e viene utilizzato per qualcosa che sembra portare sfortuna o avere conseguenze negative.

“Dropparesignifica pubblicare o far uscire qualcosa, soprattutto una canzone o un nuovo contenuto. “Chillare” è ormai quasi sinonimo di rilassarsi.

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Tra i termini più conosciuti c'è poi “cringiare”, utilizzato quando una scena, una frase o un comportamento provocano un forte imbarazzo. “Flexare”, invece, significa mettere in mostra qualcosa di cui si va particolarmente fieri: vestiti, denaro, risultati o capacità.

Anche le relazioni hanno sviluppato un loro vocabolario.

“Friendzonare” significa relegare una persona interessata sentimentalmente al ruolo di semplice amico. “Ghostare” descrive invece un comportamento diventato familiare nell'epoca delle chat: interrompere improvvisamente ogni comunicazione, sparendo senza dare spiegazioni.

“Shippare” viene utilizzato quando si vorrebbero vedere due persone insieme sentimentalmente, anche se la relazione esiste soltanto nell'immaginazione di chi osserva.

“Snitchare” significa fare la spia, mentre “triggerare” indica qualcosa capace di provocare una reazione particolarmente intensa o un forte fastidio.

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Tra le espressioni più recenti c'è anche “fare aura”: significa aumentare il proprio fascino, prestigio o carisma agli occhi degli altri. “Delulu”, nato come abbreviazione di delusional, viene invece usato ironicamente per descrivere chi sembra vivere dentro una propria fantasia o crede fortemente in qualcosa di poco realistico.

Resiste anche “boomer”, ormai utilizzato ben oltre il suo significato generazionale originario per prendere in giro chi viene considerato poco aggiornato o distante dalle abitudini dei giovani. E persino “amore mio” si accorcia, diventando semplicemente “amio”.

A complicare ulteriormente la comunicazione c'è il fatto che una stessa emoji può assumere significati differenti a seconda dell'età di chi la invia.

Il teschio 💀, per esempio, per molti ragazzi non ha nulla di macabro: può significare “sto morendo dal ridere”, ma può essere utilizzato anche davanti a qualcosa di talmente imbarazzante da lasciare senza parole.

Il pagliaccio 🤡 serve invece a sottolineare un comportamento considerato ridicolo. Più pagliacci compaiono nel messaggio, maggiore è generalmente la presa in giro.

Gli occhi 👀 esprimono attenzione o curiosità e compaiono spesso quando sta per arrivare un gossip o qualcosa di interessante.

Persino le tradizionali faccine sorridenti e il pollice alzato 👍 possono creare qualche equivoco generazionale. Quello che per un adulto può essere un semplice “va bene”, in alcuni contesti digitali viene percepito dai più giovani come freddo, distaccato o addirittura passivo-aggressivo.

Le differenze generazionali non riguardano soltanto cosa viene scritto, ma anche il modo in cui vengono utilizzati i social.

Una delle caratteristiche della Gen Z è la forte selezione del pubblico al quale mostrare determinati contenuti. Su Instagram le “close friends” consentono di pubblicare storie destinate soltanto a una cerchia selezionata di persone.

Non è raro neppure avere più account: uno pubblico, ordinato e adatto a essere visto praticamente da chiunque, e uno secondario nel quale pubblicare meme, fotografie casuali, sfoghi e momenti della vita quotidiana riservati agli amici.

Per chi è cresciuto con Facebook e con l'idea di un unico profilo destinato indistintamente a parenti, amici e conoscenti, questa separazione può sembrare insolita. Per molti ragazzi, invece, rappresenta una forma di controllo sulla propria identità digitale.

Sul profilo principale si può costruire un'immagine più curata e persino professionale; negli spazi riservati ci si concede invece maggiore spontaneità.

 

 

 

@Redazione Sintony News