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1 Settembre 2026

Omicidio Tupac Shakur, verdetto dopo trent’anni: colpevole l’ex leader dei Crips Duane Davis

La giuria del Nevada ha riconosciuto il 63enne responsabile di aver organizzato l’agguato del 1996 a Las Vegas. Secondo l’accusa procurò l’arma e diede il via libera alla vendetta contro il rapper. La difesa annuncia battaglia e punta all’appello

Quasi trent’anni dopo gli spari che sconvolsero il mondo della musica, arriva un verdetto per l’omicidio di Tupac Shakur. Duane “Keffe D” Davis, 63 anni ed ex esponente di primo piano dei South Side Crips, è stato riconosciuto colpevole di aver organizzato l’agguato nel quale il rapper americano venne mortalmente ferito a Las Vegas nel settembre del 1996.

La giuria del Nevada ha impiegato circa tre ore per raggiungere la decisione. Davis, che aveva sempre respinto l’accusa di omicidio di primo grado con arma letale, è rimasto apparentemente impassibile durante la lettura del verdetto.

Secondo la ricostruzione sostenuta dai pubblici ministeri, non sarebbe stato necessario dimostrare che Davis avesse materialmente premuto il grilletto: il suo ruolo sarebbe stato quello di organizzatore dell’azione, procurando la pistola utilizzata nell’agguato e mettendola a disposizione degli uomini che si trovavano con lui quella notte.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Al centro del processo c’è quanto accadde il 7 settembre 1996, poche ore prima della sparatoria. Tupac Shakur si trovava a Las Vegas insieme a Marion “Suge” Knight, allora potente produttore discografico e fondatore della Death Row Records.

Dopo un incontro di boxe, Shakur e alcuni uomini del suo entourage aggredirono Orlando “Baby Lane” Anderson, nipote di Davis e membro dei South Side Crips.

Per l’accusa fu proprio quell’episodio a innescare la vendetta. Davis avrebbe procurato una pistola calibro 40 e sarebbe salito su una Cadillac bianca insieme ad Anderson, Deandrae “Big Dre” Smith e Terrence “Bubble Up” Brown, mettendosi alla ricerca del rapper.

Il gruppo individuò la Bmw guidata da Knight, sulla quale viaggiava anche Shakur, mentre i due erano diretti al Club 662.

All’incrocio tra East Flamingo Road e Koval Lane, la Cadillac raggiunse e affiancò la Bmw. Da uno dei sedili posteriori partirono almeno sette colpi. Tupac venne raggiunto più volte, mentre Knight rimase ferito.

Il rapper fu trasportato in ospedale in condizioni gravissime e morì sei giorni più tardi, il 13 settembre 1996. Aveva appena 25 anni.

Per decenni l’omicidio di Tupac è rimasto uno dei grandi misteri irrisolti della cultura hip-hop americana, alimentando ipotesi, testimonianze, documentari e teorie alternative.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

A contribuire alla svolta sono state anche le dichiarazioni rese negli anni dallo stesso Davis. I procuratori hanno ricordato come “Keffe D” avesse parlato ripetutamente del proprio ruolo nella vicenda durante interviste, documentari, conversazioni con investigatori e apparizioni online.

Nel 2019 aveva inoltre pubblicato un’autobiografia nella quale si era descritto come uno degli ultimi testimoni oculari ancora in vita dell’assassinio di Tupac.

Elementi che per l’accusa hanno contribuito a ricostruire il ruolo dell’ex leader dei Crips nell’agguato.

La difesa ha invece cercato di ridimensionare proprio quelle dichiarazioni, sostenendo che il racconto contenuto nel libro fosse stato enfatizzato e romanzato per costruire il personaggio di Davis e sfruttare commercialmente la notorietà di uno dei delitti più famosi della storia della musica.

Secondo i suoi legali sarebbero inoltre mancate prove indipendenti sufficientemente solide per confermare tutte le ammissioni attribuite all’imputato.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Davis è oggi l’unico dei quattro uomini che, secondo l’accusa, si trovavano sulla Cadillac ancora in vita.

Dopo la lettura del verdetto il 63enne ha interrotto l’udienza chiedendo che gli fossero restituiti i propri effetti personali e facendo sapere di voler presentare appello.

La giudice della contea di Clark, Carli Kierny, gli ha ricordato che potrà formalmente impugnare la decisione dopo la pronuncia della sentenza. Nel frattempo Davis resta in carcere senza possibilità di cauzione.

Il verdetto segna un passaggio storico in un’inchiesta che per quasi tre decenni ha accompagnato il mito di Tupac Shakur. Una morte avvenuta quando il rapper era all’apice del successo e che contribuì a trasformarlo in un’icona mondiale, simbolo di un’epoca segnata anche dalla violenta rivalità tra le scene hip-hop della West Coast e della East Coast.

A trent’anni da quella notte di Las Vegas, per la giustizia americana c’è ora un responsabile: non l’uomo che necessariamente esplose i colpi, ma colui che, secondo la giuria, organizzò la vendetta e mise l’arma nelle mani del gruppo che diede la caccia a Tupac.
 

 

 

@Redazione Sintony News