
Da metà luglio cambiano le regole per contrastare la cosiddetta shrinkflation, la pratica con cui alcuni prodotti vengono messi in vendita in confezioni più piccole senza una corrispondente riduzione del prezzo. Il 15 luglio scade infatti il termine entro il quale la Commissione europea poteva presentare osservazioni sul decreto predisposto dal Governo italiano. In assenza di rilievi, il provvedimento entra nella fase operativa.
L'obiettivo è garantire una maggiore trasparenza nei confronti dei consumatori, sempre più spesso alle prese con confezioni alleggerite che, a prima vista, sembrano identiche a quelle precedenti.
Il decreto, notificato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy alla Commissione europea lo scorso aprile, introduce un nuovo sistema di comunicazione lungo tutta la filiera commerciale.
Quando un produttore ridurrà la quantità di un prodotto confezionato, dovrà informare distributori e rivenditori attraverso una comunicazione standardizzata che indicherà la variazione del contenuto e l'eventuale aumento percentuale del prezzo attribuibile alla riduzione della quantità.

Queste informazioni dovranno poi essere rese disponibili ai consumatori sia nei punti vendita fisici sia attraverso i canali digitali. Secondo il Codacons, però, il testo definitivo risulta meno incisivo rispetto alle ipotesi iniziali.
È infatti stato eliminato l'obbligo di riportare direttamente sulla confezione un messaggio che segnalasse chiaramente la diminuzione del contenuto rispetto al formato precedente. Al suo posto è stato scelto un sistema di comunicazione affidato alla distribuzione commerciale.
Per l'associazione dei consumatori si tratta di una soluzione meno efficace nel garantire un'informazione immediata e facilmente comprensibile ai cittadini. La shrinkflation interessa un mercato molto ampio, quello dei beni di largo consumo, che in Italia vale circa 120 miliardi di euro.
Secondo le stime del Codacons, questa pratica può tradursi in aumenti "nascosti" del prezzo compresi mediamente tra il 10% e il 18%, con casi che arrivano fino al 40%. Tra i prodotti maggiormente coinvolti figurano alimenti di uso quotidiano come cereali, yogurt, biscotti, snack, gelati e bevande, ma anche prodotti per la casa e l'igiene personale, tra cui detersivi, carta igienica, shampoo, bagnoschiuma e dentifrici.

Oltre alla riduzione delle quantità, le associazioni dei consumatori richiamano l'attenzione su un altro fenomeno in crescita: la cosiddetta skimpflation.
In questo caso il prezzo resta invariato, ma a diminuire è la qualità del prodotto. Per contenere i costi di produzione, alcune aziende sostituiscono ingredienti più pregiati con alternative meno costose o riducono il livello dei servizi offerti ai consumatori.
Tra gli esempi più citati ci sono la sostituzione del burro o dell'olio extravergine con grassi vegetali più economici, oppure l'impiego di ingredienti disidratati al posto di quelli freschi.
Le nuove norme rappresentano quindi un primo passo verso una maggiore trasparenza sul mercato, anche se, secondo le associazioni dei consumatori, sarà necessario continuare a vigilare su pratiche commerciali che possono incidere in modo significativo sul potere d'acquisto delle famiglie.
@Redazione Sintony News