Si è alzata la notte dei verdetti sulla Croisette. Sabato 23 maggio 2026 si è chiusa ufficialmente la 79esima edizione del Festival di Cannes, un'annata caratterizzata da forti messaggi politici, scelte coraggiose e un palmarès inedito, dominato da clamorosi ex aequo.
La giuria internazionale, guidata quest'anno dal regista sudcoreano Park Chan-wook e composta da grandi nomi del cinema come Demi Moore, Chloé Zhao e Stellan Skarsgård, ha consegnato il massimo riconoscimento all'unanimità, premiando un cinema d'autore profondo e di stretta attualità.
A conquistare la prestigiosa Palma d'Oro è stato il regista rumeno Cristian Mungiu con la sua ultima opera, Fjord.

Il film scava nelle contraddizioni dell'Europa contemporanea attraverso l'odissea di una famiglia cristiana evangelica che, nel tentativo di sfuggire alla modernità, abbandona la Romania per trasferirsi in Norvegia. Qui l'isolamento spirituale dei protagonisti si scontra frontalmente con un sistema sociale laico, progressista ma profondamente intransigente verso le tradizioni esterne.
Nel ricevere il premio sul palco, Mungiu ha lanciato un accorato monito sullo stato del pianeta:
«Fjord è un impegno contro ogni forma di integralismo e fondamentalismo. Lo stato del mondo oggi non è buono e non sono fiero di ciò che stiamo lasciando ai nostri figli. Le nostre società sono frammentate e radicalizzate. Questo film vuole essere un messaggio di tolleranza, inclusione ed empatia: termini meravigliosi che tutti amiamo, ma che dobbiamo iniziare a mettere in pratica più spesso».

Il Grand Prix è andato a Minotaur del regista dissidente russo Andrei Zviagyntsev. Il cineasta ha sfruttato la platea globale di Cannes per lanciare un durissimo e diretto appello politico rivolto a Vladimir Putin:
«Milioni di persone su entrambi i lati della linea sognano una sola cosa: che i massacri finiscano finalmente. E l'unica persona che può porre fine a questa carneficina è il Presidente della Federazione Russa. Ponete fine a questa carneficina! Il mondo intero lo sta aspettando».
L'edizione 2026 passerà alla storia anche per l'incredibile numero di verdetti condivisi. La giuria ha infatti decretato ben tre ex aequo nelle categorie principali: la Miglior Regia è andata a pari merito alla coppia spagnola Javier Calvo e Javier Ambrossi (La bola negra) e al polacco Paweł Pawlikowski (Fatherland); il premio alla Migliore Attrice ha celebrato la doppia interpretazione di Virginie Efira e Tao Okamoto nel film di Ryusuke Hamaguchi, mentre tra gli uomini il riconoscimento è andato ai giovani Emmanuel Macchia e Valentin Campagne, protagonisti di Coward.

Uno dei momenti più emozionanti della cerimonia è stato il conferimento della Palma d'Oro Onoraria a Barbra Streisand. La leggendaria artista americana non ha potuto ritirare il premio di persona a causa di un recente infortunio al ginocchio che l'ha costretta a rimanere a riposo su stretto consiglio medico.
A fare le sue veci sul palco è stata l'attrice francese Isabelle Huppert, che ha letto un toccante ritratto della Streisand, elogiandone la statura artistica e l'indipendenza: «Autoritaria, indipendente, profondamente libera: ha detto molti no perché ha sempre voluto il controllo assoluto sulle sue opere. Non si nasce Barbra Streisand, lo si diventa».
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