
L’età pensionabile torna al centro del confronto politico con il governo impegnato a definire una nuova revisione del sistema previdenziale. Sul tavolo c’è una mini-riforma che punta a mantenere alcuni strumenti di uscita anticipata dal lavoro, ma allo stesso tempo introduce nuovi aumenti dei requisiti anagrafici e contributivi collegati all’aspettativa di vita. Un meccanismo che, nei prossimi anni, porterà molti lavoratori a restare in attività più a lungo.
Tra le misure che l’esecutivo vuole confermare c’è l’isopensione, il sistema che consente alle aziende con almeno 15 dipendenti di accompagnare i lavoratori verso la pensione anticipata attraverso accordi sindacali. Attualmente il meccanismo permette un’uscita fino a sette anni prima rispetto ai requisiti ordinari, con i costi sostenuti direttamente dall’impresa. Senza una proroga, dal 2027 l’anticipo massimo scenderebbe però a quattro anni. Per questo il governo starebbe valutando un’estensione della misura fino al 2029.

Parallelamente entreranno in vigore gli adeguamenti automatici previsti dalla riforma Fornero. Dal gennaio 2027 scatterà il primo incremento dell’età pensionabile, con un mese in più necessario per accedere alla pensione di vecchiaia. Altri aumenti arriveranno nei due anni successivi, fino a raggiungere complessivamente cinque mesi in più entro il 2029. La soglia per la pensione ordinaria passerebbe così dagli attuali 67 anni a 67 anni e cinque mesi.
A crescere saranno anche i requisiti per la pensione anticipata: gli uomini dovranno superare i 43 anni di contributi, mentre per le donne si andrà oltre i 42 anni.
Le conseguenze più pesanti rischiano però di ricadere sui cosiddetti “contributivi puri”, cioè i lavoratori che hanno iniziato a versare contributi dopo il 1° gennaio 1996. Oggi possono ottenere la pensione a 71 anni con almeno cinque anni di versamenti, indipendentemente dall’importo maturato. Ma anche questa soglia verrà progressivamente innalzata: dal 2029 saranno necessari 71 anni e cinque mesi. Un cambiamento che potrebbe penalizzare soprattutto i più giovani, chi ha avuto percorsi lavorativi precari o stipendi bassi.

Il governo sta inoltre valutando una novità per chi appartiene al sistema misto, cioè ha contributi versati sia prima che dopo il 1996. L’ipotesi è introdurre anche per loro una forma di pensione a 71 anni con almeno cinque anni di contributi effettivi. In cambio, però, si perderebbe la quota calcolata con il sistema retributivo. L’obiettivo dichiarato è evitare che alcuni lavoratori restino senza pensione pur avendo versato contributi per anni.
Resta aperto il nodo sociale legato all’innalzamento continuo dell’età pensionabile in un mercato del lavoro segnato da precarietà, salari bassi e carriere discontinue. I sindacati denunciano il rischio che sempre più persone siano costrette a lavorare più a lungo senza avere, alla fine, una pensione adeguata.
Non tutti, però, saranno coinvolti dagli aumenti automatici. Per almeno il biennio 2027-2028 continueranno infatti a restare esclusi gli addetti ai lavori gravosi e usuranti, per i quali rimarranno validi gli attuali requisiti di accesso alla pensione.
@Redazione Sintony News