
In Germania si riapre il dibattito su una delle conquiste sociali più simboliche del lavoro: la giornata di otto ore. Il governo federale guidato da Friedrich Merz ha presentato un progetto che potrebbe modificare profondamente l’organizzazione dell’orario lavorativo, mettendo in discussione il tradizionale limite giornaliero.
La proposta, già inserita nel contratto di coalizione dell’anno scorso, mira a sostituire il tetto quotidiano con un limite calcolato su base settimanale, fissato a un massimo di 48 ore. La misura rispetta le normative europee, che prevedono fino a 48 ore settimanali, a condizione di garantire almeno 11 ore di riposo tra un turno e l’altro e un giorno libero ogni settimana.
L’iniziativa nasce dall’esigenza, secondo l’esecutivo, di rilanciare la produttività in un contesto economico stagnante. Tuttavia, la proposta ha subito suscitato un acceso dibattito politico e sociale.

Più ore per rafforzare la competitività?
Per il governo, ampliare la flessibilità negli orari rappresenta uno strumento essenziale per contrastare il calo di efficienza, fronteggiare la crisi demografica e compensare l’uscita dal mercato del lavoro dei baby boomer prossimi alla pensione. L’obiettivo dichiarato è rendere il sistema più dinamico e capace di sostenere la crescita economica.
I sostenitori della riforma evidenziano come il Paese non stia sfruttando appieno il proprio potenziale produttivo. Nel 2023, ogni lavoratore tedesco ha accumulato in media 1.036 ore all’anno, un dato inferiore a quello registrato in Stati come la Grecia. Secondo questa lettura, un’organizzazione più flessibile dell’orario potrebbe contribuire a migliorare i risultati complessivi.
Tuttavia, molti temono che giornate lavorative più lunghe - fino a 12 ore in settori come turismo, ristorazione e assistenza - possano tradursi in sfruttamento e avere effetti negativi sulla salute fisica e mentale dei dipendenti.

Sindacati pronti alla mobilitazione
I sindacati hanno reagito con fermezza. La Confederazione tedesca dei sindacati DGB, insieme a Ver.di e IG Metall, ha già annunciato scioperi e manifestazioni contro una riforma ritenuta dannosa per il benessere dei lavoratori.
Le organizzazioni sindacali avvertono che l’estensione dell’orario potrebbe accentuare le disuguaglianze di genere, colpendo in particolare le donne, costrette a conciliare lavoro e responsabilità familiari. Si teme inoltre che l’incremento dei carichi eccessivi possa incidere sulla qualità della vita dei dipendenti.

Anche la Hans-Böckler-Stiftung, vicina al mondo sindacale, ha messo in guardia sui rischi per la salute e sull’eventualità che il governo intenda ridurre il ricorso al part-time, che nel 2025 ha raggiunto il 40% dei lavoratori.
Il progetto riapre quindi una questione centrale: trovare un equilibrio tra produttività e tutela delle condizioni lavorative. Se la riforma dovesse essere approvata, l’opposizione sociale e sindacale potrebbe intensificarsi, con possibili ripercussioni anche sulla stabilità politica nazionale.
Letizia Demontis