
Il caldo estremo che sta interessando l’Italia riapre il confronto sull’opportunità di posticipare l’inizio dell’anno scolastico. Le temperature continuano infatti a mantenersi stabilmente oltre la media e, secondo le previsioni per la prossima settimana, quando gli istituti torneranno progressivamente a riempirsi, il Paese dovrà ancora fare i conti con valori eccezionalmente elevati.
La richiesta di rinviare l’avvio delle lezioni è stata avanzata in particolare dalla Flc Cgil, ma non è l’unica voce a sollevare il problema. L’obiettivo indicato dal sindacato è tutelare la salute e la sicurezza di studenti, docenti e personale scolastico, considerando che molti edifici non sarebbero adeguatamente attrezzati per affrontare condizioni meteorologiche così estreme.
La criticità riguarda soprattutto gli ambienti in cui si svolgono le lezioni. Molte aule sono infatti sovraffollate, con classi che possono arrivare a ospitare 20 o 30 studenti, e spesso non dispongono di sistemi di climatizzazione.
Secondo i dati diffusi da Tuttoscuola e rilanciati anche dal Sole24Ore, nell’anno scolastico 2023-2024 soltanto il 6% degli edifici scolastici censiti disponeva di condizionatori. La rilevazione relativa al 2024-2025 non è ancora definitiva, ma la quota sarebbe salita leggermente: gli istituti dotati di apparecchi per il raffrescamento sarebbero 2.835, poco più del 7%. Significa che, in termini pratici, circa nove strutture scolastiche su dieci continuano a esserne sprovviste.
Dati differenti, ma ugualmente indicativi, sono stati rilanciati dalla Società italiana di medicina ambientale (Sima). Secondo l’organizzazione, soltanto l’11% degli istituti sarebbe provvisto di sistemi di climatizzazione. Tali impianti, tuttavia, sarebbero destinati soprattutto agli uffici amministrativi, mentre nelle classi, nella maggior parte dei casi, l’unica possibilità per attenuare la calura sarebbe affidarsi ai ventilatori.
Un’eventuale modifica del calendario, con l’avvio delle lezioni fissato al 1° ottobre, non sembra però essere una soluzione presa in considerazione dal governo. Fonti del ministero dell’Istruzione hanno spiegato a Fanpage.it che, al momento, non è prevista una simile ipotesi.

L’allarme dei medici: «Aule roventi» con la nuova ondata di calore
Il ritorno immediato tra i banchi, già da lunedì 7 settembre a Bolzano, rischia quindi di avvenire in condizioni particolarmente difficili. A lanciare l’allarme è anche la Società italiana di medicina ambientale, secondo cui proprio in concomitanza con la riapertura degli istituti è attesa in Italia la sesta ondata di caldo estremo.
L’associazione sostiene che le temperature elevate potrebbero rendere gli ambienti scolastici particolarmente roventi, mettendo a rischio il benessere di studenti e insegnanti. Per questo Sima ha condiviso le richieste provenienti da più parti per posticipare l’inizio dell’anno scolastico.
I cambiamenti climatici registrati in Italia, sostiene la società scientifica, rendono necessarie modifiche anche nel settore dell’istruzione, con interventi finalizzati alla tutela della salute di chi frequenta e lavora negli istituti.
Le aule del nostro Paese sono «generalmente affollate, surriscaldate e scarsamente ventilate». Queste condizioni possono favorire l’aumento della concentrazione di anidride carbonica (CO2), con conseguenze problematiche quando il livello supera le 1.500 parti per milione, spiega Alessandro Miani, presidente di Sima.
Miani ricorda inoltre che nel settembre dello scorso anno, soprattutto nel Mezzogiorno, si erano verificati episodi di mancamenti e malori tra gli studenti, ricondotti al caldo eccessivo presente nelle classi.
Il fenomeno delle ondate di calore, sempre più frequenti a causa dei cambiamenti climatici, non dovrebbe quindi essere sottovalutato, considerando anche la possibilità che temperature fino a 36 gradi centigradi possano protrarsi sino a ottobre.
Secondo il presidente di Sima, sarebbe necessario «fare i conti con la realtà» e valutare la possibilità di mantenere chiusi gli istituti del Sud Italia fino all’equinozio d’autunno, che cade tra il 21 e il 23 settembre. L’obiettivo sarebbe salvaguardare il benessere psicofisico degli alunni, concentrando l’attenzione sulle condizioni presenti nelle classi, in particolare sul microclima e sulla qualità dell’aria negli ambienti interni.
Una partenza differenziata tra le diverse aree del Paese, aggiunge Miani, potrebbe inoltre sostenere l’economia legata al turismo di fine stagione nel Mezzogiorno.

Cosa prevede il ministero contro il caldo nelle scuole
Il ministero dell’Istruzione, come detto, non prevede al momento di modificare il calendario scolastico. Il ministro Giuseppe Valditara ha invece annunciato lo stanziamento di 20 milioni di euro destinati alle scuole per l’acquisto di apparecchi e dispositivi per il raffrescamento.
L’obiettivo, ha spiegato il ministro, è migliorare le condizioni e il comfort di studenti e personale scolastico.
Parallelamente, il dicastero sta lavorando a un piano più ampio per l’efficientamento energetico degli edifici scolastici. Valditara ha inoltre sottolineato che anche gli enti locali - Comuni, Province e Città metropolitane - dovranno fare la propria parte, intervenendo nell’ambito delle rispettive competenze e contribuendo alla realizzazione degli interventi necessari.
Le risorse saranno assegnate attraverso un avviso a sportello del ministero dell’Istruzione e del Merito. Le domande presentate dagli istituti verranno esaminate in ordine cronologico, fino all’esaurimento della dotazione disponibile.
Secondo quanto riferito a Fanpage.it da fonti ministeriali, le somme saranno distribuite rapidamente e rese immediatamente disponibili alle scuole che ne faranno richiesta.
Dopo l’intervento della Flc Cgil, il ministero dell’Istruzione è tornato sulla questione con una nuova nota, precisando che i 20 milioni rappresentano una misura emergenziale, pensata in attesa di ulteriori interventi strutturali. Nello stesso documento viene ribadito che la competenza in materia spetta agli enti locali, che dovrebbero quindi attivarsi.
Il sindacato ha stimato che lo stanziamento equivalga, in media, a circa 57 euro per classe. Secondo il Ministero dell’Istruzione e del Merito, infatti, il 10% delle scuole sarebbe già dotato di impianti di condizionamento
In base alle informazioni del MIM, infatti, il 10% delle scuole sarebbe già dotato di impianti di condizionamento, anche grazie alle risorse del Pnrr. Nel frattempo, diversi istituti potrebbero aver acquistato ulteriori dispositivi, sebbene su questo aspetto non siano ancora disponibili dati ufficiali.
A ciò si aggiunge il fatto che nelle scuole situate nelle aree montane del Paese non sarebbe necessariamente necessario installare impianti per il raffrescamento dell’aria. Per queste ragioni, le fonti ministeriali ritengono che le risorse stanziate possano essere sufficienti.

Perché rinviare l’apertura è difficile
A pochi giorni dalla ripresa delle attività didattiche, un intervento normativo finalizzato a modificare la programmazione dell’anno scolastico sarebbe comunque complesso. La legge stabilisce infatti che il calendario debba garantire 200 giorni di lezione.
Spostare l’inizio delle attività a ottobre comporterebbe la necessità di recuperare le giornate perse a settembre, probabilmente prolungando le lezioni anche nel mese di giugno. Un periodo nel quale, tuttavia, le temperature potrebbero essere nuovamente superiori alla media.
Per evitare questo effetto sarebbe necessario ripensare complessivamente l’organizzazione dell’anno, distribuendo in seguito i giorni di lezione non svolti a settembre.
C'è poi un ulteriore elemento da considerare: la definizione dei calendari scolastici è una competenza regionale. Quest’anno, per esempio, la Puglia sarà l’ultima Regione a riaprire gli istituti, con il ritorno in classe fissato al 17 settembre.
Lo Stato stabilisce il numero minimo di giornate necessarie affinché l’anno scolastico possa essere considerato valido, fissato in 200 giorni effettivi. Sono invece le Regioni, e non il ministero, a stabilire concretamente le date di inizio e conclusione delle lezioni.

Il possibile rinvio preoccupa anche le famiglie
La prospettiva di posticipare la riapertura degli istituti non rappresenterebbe però una soluzione semplice per tutti. Per numerose famiglie, infatti, un prolungamento della pausa estiva comporterebbe rilevanti difficoltà organizzative.
Tra giugno e settembre non tutti i genitori riescono a garantire ai propri figli un’alternativa alle attività scolastiche. I centri estivi hanno costi elevati, non ogni nucleo può contare sull’aiuto di una rete familiare allargata e le settimane di ferie disponibili sono spesso poche.
La situazione risulta particolarmente complicata per i genitori che lavorano e non hanno accesso allo smartworking: trovare qualcuno che possa occuparsi dei bambini durante la giornata può diventare difficile. Anche il ricorso a una baby sitter, inoltre, non rappresenta una possibilità economicamente sostenibile per tutti.
Su questo tema, nei mesi scorsi, è stata rilanciata la petizione «Ristudiamo il calendario», promossa da WeWorld e MammadiMerda. L’iniziativa ha raggiunto 78mila firme e chiede non soltanto di rivedere le date dell’anno scolastico, ma più in generale di ripensare un modello di scuola capace di assicurare continuità educativa, inclusione, servizi e opportunità durante l’intero arco dell’anno.
I risultati del sondaggio WeWorld-MammadiMerda del 2025 evidenziano le difficoltà affrontate dalle famiglie durante la ripresa di settembre. Una su due dichiara infatti di avere problemi nella gestione di questo periodo, mentre un genitore su 20 afferma di aver rinunciato a opportunità professionali o di essere stato costretto a lasciare il lavoro per occuparsi dei figli durante la lunga pausa estiva.
Anche l'aspetto economico pesa: per coprire soltanto una parte delle settimane di chiusura scolastica, la spesa media sostenuta dalle famiglie arriva a circa 530 euro per ogni figlio.
@Redazione Sintony News