
La fuga dei laureati italiani continua e a spingerla è soprattutto una differenza difficile da ignorare: lo stipendio. A cinque anni dal conseguimento del titolo, chi ha scelto di lavorare all'estero guadagna mediamente quasi il 60% in più rispetto a chi è rimasto in Italia. E una volta costruita una carriera oltreconfine, tornare a casa diventa per molti un'ipotesi remota.
È il quadro che emerge dal Rapporto AlmaLaurea 2026 sugli esiti occupazionali dei laureati, che restituisce l'immagine di un Paese dalla doppia faccia: da una parte perde una quota dei suoi giovani più qualificati, dall'altra riesce a trattenere una parte significativa degli studenti stranieri che hanno scelto le università italiane.
Il flusso in uscita resta consistente. Tra i laureati del 2024 si stimano circa 7.800 giovani trasferiti all'estero per lavorare già a un anno dal titolo.

A dodici mesi dalla laurea si trova oltreconfine il 3% dei laureati triennali e il 5,4% dei magistrali. Guardando invece a cinque anni dal conseguimento del titolo, le percentuali salgono rispettivamente al 5,1 e al 6,3%.
È soprattutto il confronto delle retribuzioni a spiegare la scelta.
A un anno dalla laurea chi lavora fuori dall'Italia percepisce mediamente 2.290 euro netti al mese. Chi rimane nel Paese si ferma invece a 1.452 euro: una differenza del 57,6%.
Con il passare degli anni la distanza non si riduce, anzi. A cinque anni dal titolo lo stipendio medio netto raggiunge i 2.941 euro mensili per chi lavora all'estero, contro 1.840 euro in Italia.
La differenza sfiora così il 60%, con oltre 1.100 euro netti al mese in più per chi ha scelto di costruire la propria carriera oltre i confini nazionali.
Anche l'ingresso nel mercato del lavoro risulta leggermente più rapido all'estero: mediamente occorrono 5,7 mesi contro i 6,7 necessari in Italia.
Una volta partiti, inoltre, molti laureati non sembrano intenzionati a fare rapidamente il percorso inverso.
Il 37% degli italiani occupati all'estero considera “molto improbabile” un rientro entro cinque anni, mentre un altro 31,5% lo giudica “poco probabile”. Sommando le due risposte si arriva al 68,5%: quasi sette giovani su dieci vedono dunque il ritorno in Italia come una prospettiva lontana.
Soltanto il 15,4% considera molto probabile rientrare, mentre il 15,7% non esprime una previsione.
Dietro la decisione di lasciare il Paese non ci sono comunque soltanto gli stipendi. Il 29,8% indica come motivazione l'assenza in Italia di opportunità professionali considerate adeguate, mentre il 29,1% è partito dopo aver ricevuto un'offerta interessante da un'impresa straniera. Per l'11,5% pesa invece la scarsità di finanziamenti disponibili per la ricerca.
Il rapporto permette anche di capire quali profili siano maggiormente attratti dalle opportunità internazionali.
La probabilità di lavorare all'estero aumenta tra chi ha ottenuto risultati accademici migliori: la quota raggiunge il 5,6% tra i laureati con votazioni più elevate, contro il 3,4% di chi ha risultati inferiori.
Anche la velocità negli studi conta. Tra chi consegue il titolo in corso o accumulando al massimo un anno di ritardo, il 5% lavora all'estero, mentre tra chi impiega più tempo la percentuale scende al 2,4%.

Ancora più evidente è l'effetto delle esperienze internazionali maturate durante l'università. A cinque anni dal titolo lavora fuori dall'Italia il 13% di chi ha trascorso un periodo di studio all'estero, per esempio attraverso l'Erasmus, contro appena il 2,8% di chi non ha avuto esperienze di questo tipo.
La propensione all'emigrazione cambia sensibilmente anche in base alla laurea.
In testa ci sono Informatica e ICT: a cinque anni dal titolo lavora all'estero il 13% dei laureati di quest'area. Seguono il settore scientifico, con il 10,3%, e Ingegneria industriale, con il 9%.
Incide inoltre la provenienza geografica. Tra i laureati del Nord la quota di chi lavora all'estero a cinque anni raggiunge il 6,1%, mentre tra quelli provenienti dal Mezzogiorno si ferma al 2,1%.
Anche il contesto familiare sembra avere un peso. La mobilità internazionale risulta più frequente tra i giovani cresciuti in famiglie nelle quali i genitori possiedono una laurea, mentre chi proviene da nuclei con un livello di istruzione più basso tende maggiormente a costruire il proprio percorso professionale in Italia.
Il Rapporto AlmaLaurea evidenzia però un fenomeno di segno opposto. Mentre una parte dei giovani italiani cerca opportunità fuori dal Paese, molti studenti stranieri arrivati per frequentare le università italiane decidono di rimanere anche dopo la laurea.

A un anno dal titolo, il 67,9% dei laureati stranieri con diploma conseguito all'estero lavora ancora in Italia. A cinque anni la percentuale diminuisce, ma rimane comunque al 56,2%.
Una capacità di attrazione particolarmente evidente tra le donne. Dopo cinque anni lavora fuori dall'Italia il 38,5% delle laureate straniere, mentre tra gli uomini la percentuale raggiunge il 47,3%.
Alcuni settori riescono a trattenere questi professionisti più di altri. Nell'area medico-sanitaria e farmaceutica rimane in Italia, a cinque anni dalla laurea, il 73,6% degli stranieri. In Architettura e Ingegneria civile la quota raggiunge il 68,5%.
@Redazione Sintony News