
Se n’è andato Gianni Dettori, per tutti anche “Yannino”, uno degli artisti più riconoscibili e originali della scena cagliaritana. Trasformista, attore, mimo, fantasista e performer, per oltre quarant’anni ha attraversato palcoscenici, televisione, cabaret e spettacolo portando con sé un modo personalissimo di intendere l’arte: libero, ironico, irriverente e profondamente legato alla sua città.
Con la sua scomparsa Cagliari perde un pezzo di quella stagione culturale che, soprattutto tra gli anni Ottanta e Novanta, trasformò la città in un laboratorio di musica, teatro, moda, locali e sperimentazione. Dettori di quella Cagliari non era stato soltanto testimone, ma uno dei protagonisti.
La sua avventura artistica era cominciata quasi per gioco, durante il Carnevale del 1982. Da lì il trasformismo sarebbe diventato una professione e una vita intera. Negli anni Ottanta fondò il duo comico Giancarlotta, arrivando anche nelle trasmissioni televisive nazionali della Rai. Dal 1997 intraprese poi la carriera da solista dando vita al Gianni Dettori Show, spettacolo con il quale si sarebbe esibito per decenni in tutta Italia.
Sul palco poteva diventare, nel giro di pochi secondi, qualcun altro. Monica Vitti, Sandra Mondaini, Giorgio Gaber, Ettore Petrolini e tanti altri personaggi rivivevano attraverso costumi, mimica, playback e una capacità di trasformazione affinata in decenni di lavoro. Dettori era arrivato a realizzare cambi d’abito in appena nove secondi. Ma ridurre la sua arte al travestimento sarebbe stato impossibile: per lui il trasformismo era teatro, costruzione del personaggio e soprattutto libertà di cambiare pelle.
Un percorso nel quale riconosceva tra i suoi riferimenti artistici figure come Lindsay Kemp e Paolo Poli e che lo aveva portato a lavorare tra teatro, cinema e spettacolo, anche accanto all’attrice Elena Pau ne Si fa ma non si dice, recital musicale prodotto dalla Fabbrica Illuminata.
Fortissimo era soprattutto il rapporto con Cagliari e con Sant’Avendrace, il quartiere dal quale proveniva. Nei suoi ricordi tornava spesso la città degli anni Ottanta, quando mondi apparentemente lontanissimi si incontravano nelle stesse piazze e negli stessi locali: punk, rockabilly, paninari, musicisti e artisti. Una stagione di contaminazione e libertà che Dettori sentiva di avere contribuito a costruire.
Ed è proprio questo legame con Cagliari che sarebbe dovuto diventare un film. Soltanto pochi mesi fa, all’EXMA, era stato presentato “Kasteddu Free Night”, il docufilm del regista Giovanni Coda interamente dedicato a lui. Un progetto nato per raccontare non soltanto l’artista, ma attraverso la sua storia anche oltre quarant’anni di trasformazioni culturali e sociali della città.
Coda lo aveva definito uno degli artisti più prolifici del panorama cittadino e, soprattutto, un performer capace di coinvolgere pubblici diversi con un linguaggio immediato. Le riprese erano state avviate a Cagliari, tra materiali d’archivio, testimonianze e performance, con l’uscita inizialmente prevista nel 2027.
Ora quel progetto assume inevitabilmente un significato diverso. Quello che doveva essere il racconto di una lunga carriera diventa anche la memoria di un artista che ha attraversato oltre quattro decenni di vita culturale cagliaritana senza rinunciare alla propria identità.
Gianni Dettori aveva raccontato di essere riuscito a trasformare un sogno in una professione. E forse è proprio questa l’immagine che resta più di tutte: quella di un uomo che per una vita intera ha cambiato abiti, volti e personaggi sul palcoscenico, rimanendo sempre, ostinatamente, se stesso.
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