
A 96 anni si è spento oggi, 31 luglio, don Antonio Mazzi, sacerdote, educatore e fondatore della Fondazione Exodus, punto di riferimento da oltre quarant’anni per migliaia di giovani alle prese con dipendenze, emarginazione e disagio sociale. I funerali saranno celebrati lunedì alle 15 nella basilica di Sant’Ambrogio, a Milano.
Negli ultimi giorni le sue condizioni di salute si erano aggravate dopo alcuni ricoveri ospedalieri. Accanto a lui, fino all’ultimo istante, sono rimasti i ragazzi della comunità e gli educatori che considerava la sua vera famiglia. Nella cascina che per decenni è stata il cuore di Exodus, ha trascorso le ultime ore continuando a interessarsi ai progetti della fondazione, prima che una nuova crisi rendesse inevitabile la sedazione.
La sua sensibilità verso i giovani nasceva anche dalla sua storia personale. Don Mazzi amava definirsi un “ragazzo ribelle”: un’infanzia segnata dalla perdita del padre, una madre rimasta sola a crescere due figli e l’ingresso in seminario che, come raccontava lui stesso, gli cambiò la vita. Gli studi in teologia, filosofia, psicologia e pedagogia gli offrirono gli strumenti per comprendere prima sé stesso e poi gli altri, trasformando la propria inquietudine in una vocazione educativa.
Trasferitosi a Milano alla fine degli anni Settanta, si trovò davanti all’emergenza della tossicodipendenza che devastava intere generazioni. Fu proprio osservando i giovani consumati dall’eroina nei pressi del Parco Lambro che maturò l’idea di Exodus. Nel 1984 la concessione della Cascina Molino Torrette segnò l’inizio di un’esperienza destinata a diventare un modello di recupero fondato sull’accoglienza, sulla responsabilità e sulla condivisione.
Per don Mazzi ogni ragazzo meritava una seconda possibilità. Il nome “Exodus” rappresentava proprio questo: il viaggio di una vita che diventa meno difficile quando viene affrontato insieme. Una filosofia che negli anni ha dato vita a comunità educative, unità di strada, sportelli di ascolto e iniziative diffuse in tutta Italia e anche all’estero.
Figura carismatica e spesso fuori dagli schemi, non mancò di portare il suo messaggio anche in televisione, diventando un volto noto del piccolo schermo. Il suo carattere diretto e anticonformista lo portò più volte a criticare una Chiesa che, a suo giudizio, avrebbe dovuto essere ancora più vicina ai poveri e alle periferie sociali.
Negli ultimi anni aveva concentrato il suo impegno sul futuro della fondazione, convinto che il patrimonio umano ed educativo costruito in oltre quattro decenni non dovesse disperdersi. Fino alla fine ha parlato della necessità di formare nuovi educatori, ricordando che non esistono formule valide per tutti: educare, sosteneva, è prima di tutto una questione di passione, creatività e capacità di mettersi accanto a chi soffre.
Redazione Sintony News