
Per oltre cinque secoli si è ritenuto che Simonetta Vespucci, la giovane nobildonna fiorentina considerata la musa di Sandro Botticelli e tradizionalmente identificata con la protagonista della celebre "Nascita di Venere", fosse morta di tubercolosi. Oggi una ricerca internazionale propone una ricostruzione completamente diversa: la causa del decesso sarebbe stata un'apoplessia ipofisaria, una grave emorragia legata a un tumore benigno dell'ipofisi.
Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Endocrinology, Diabetes & Metabolism, è stato condotto da un gruppo di ricercatori della Queen Mary University di Londra, dell'Università Campus Bio-Medico di Roma e dell'Università della California, che hanno unito competenze mediche, storiche e tecnologiche per rileggere uno dei casi più affascinanti del Rinascimento.

La ricerca, sviluppata nell'arco di circa sette anni, ha incrociato l'analisi delle opere di Botticelli con documenti storici e corrispondenze dell'epoca. Determinante è stato anche l'impiego di un algoritmo di riconoscimento facciale, utilizzato per esaminare alcuni dettagli anatomici presenti nei dipinti attribuiti all'artista.
Gli studiosi hanno preso in esame, tra l'altro, le lettere tra Piero Vespucci e Lorenzo il Magnifico, nelle quali vengono descritti gli ultimi giorni di vita della giovane. Dai documenti emergono sintomi come forti mal di testa, allucinazioni, vomito e febbre alta, un quadro clinico ritenuto compatibile con una grave patologia dell'ipofisi.

Anche alcuni particolari presenti nelle opere di Botticelli assumerebbero un nuovo significato. Lo strabismo della figura femminile, spesso interpretato come un ideale estetico del Rinascimento, potrebbe invece rappresentare una manifestazione della malattia. Inoltre, nel celebre "Ritratto allegorico di donna", la presenza di latte che fuoriesce da un seno, nonostante Simonetta non avesse avuto figli, sarebbe compatibile con un tumore in grado di alterare la produzione di prolattina e ormone della crescita.
Secondo gli autori dello studio, il rapido peggioramento delle condizioni della nobildonna potrebbe essere stato innescato da un forte trauma psicofisico. Tra le ipotesi avanzate figurano un improvviso malore durante una festa e una presunta aggressione sessuale attribuita ad Alfonso II d'Aragona, episodi che avrebbero potuto accelerare l'evoluzione della patologia fino all'emorragia fatale.
Si tratta di una ricostruzione basata sull'interpretazione di fonti storiche e artistiche, che non può naturalmente essere verificata con certezza assoluta dopo oltre cinque secoli. Tuttavia, la ricerca offre una nuova chiave di lettura sulla vita e sulla morte di una delle figure femminili più iconiche del Rinascimento, dimostrando come le moderne tecnologie possano contribuire a rileggere pagine della storia rimaste aperte per secoli.
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