
In Italia la strada verso una reale parità tra uomini e donne è ancora lunga, soprattutto quando si parla di maternità e lavoro. A confermarlo è l’undicesima edizione del rapporto “Le Equilibriste – La maternità in Italia 2026”, realizzato dal Polo Ricerche di Save the Children, che analizza le condizioni delle madri italiane e l’impatto della genitorialità sulla vita professionale e personale delle donne.
Il quadro che emerge racconta di madri costrette ogni giorno a conciliare impegni familiari, lavoro e gestione della casa, in un equilibrio spesso precario. Lo smart working ha certamente introdotto una maggiore flessibilità, ma non ha eliminato il problema della distribuzione dei carichi familiari, che continua a ricadere prevalentemente sulle donne.
Uno dei dati più significativi riguarda la cosiddetta “child penalty”, ovvero la penalizzazione che molte donne subiscono dopo la nascita di un figlio. In Italia questa penalizzazione raggiunge il 33%, incidendo sulle opportunità di carriera, sui salari e sulla partecipazione al mercato del lavoro.

La situazione si riflette anche nell’andamento demografico del Paese. Il tasso di fecondità continua a diminuire e nel 2025 ha raggiunto il minimo storico di 1,14 figli per donna, ben lontano dalla soglia di 2,1 necessaria per garantire il ricambio generazionale. Nello stesso anno le nascite si sono fermate a 355 mila, con una diminuzione del 3,9% rispetto all’anno precedente.
Anche l’età in cui si diventa madri continua a crescere. Oggi il primo figlio arriva mediamente a 32,7 anni, circa sette anni più tardi rispetto agli anni Settanta. Una tendenza che contribuisce a ridurre il numero complessivo di figli per famiglia e che spesso è legata alla ricerca di una maggiore stabilità economica e lavorativa prima di affrontare la genitorialità.
Il divario tra uomini e donne appare evidente anche sul fronte occupazionale. Tra i 25 e i 54 anni lavora il 63,2% delle madri, mentre il tasso di occupazione dei padri raggiunge il 92,8%. Ancora più marcata la differenza tra i più giovani: tra le madri appartenenti alla Generazione Z, cioè tra i 20 e i 29 anni, quasi sei donne su dieci non lavorano, mentre tra i padri coetanei la quota scende al 6,2%.

Dietro questi numeri si nasconde anche un fattore culturale. In molte famiglie italiane continua a prevalere un modello tradizionale che attribuisce alle donne la maggior parte delle responsabilità legate alla cura dei figli e della casa, rendendo più difficile la permanenza nel mondo del lavoro.
A pesare sono inoltre le profonde differenze territoriali. Il rapporto evidenzia come le opportunità per le madri cambino sensibilmente da una regione all’altra. Nel Nord Italia il tasso di occupazione femminile è significativamente più alto rispetto al Mezzogiorno, dove la quota di madri fuori dal mercato del lavoro raggiunge livelli molto più elevati.
Secondo il Mothers’ Index 2026, la regione che offre le migliori condizioni alle madri è l’Emilia-Romagna, seguita dalla Provincia Autonoma di Bolzano, dalla Valle d’Aosta, dalla Toscana e dalla Lombardia. Nella parte bassa della classifica si concentrano invece molte regioni meridionali, tra cui Puglia, Sicilia e Campania.
La fotografia restituita dal rapporto evidenzia dunque un Paese che continua a fare affidamento soprattutto sulle donne per la gestione della famiglia e della cura dei figli. Un sistema che contribuisce sia alla riduzione delle nascite sia alle difficoltà di molte madri nel costruire un percorso professionale stabile.
Nonostante alcuni segnali di cambiamento, la parità di genere resta ancora un obiettivo da raggiungere. E se le differenze territoriali rendono il problema più evidente in alcune aree del Paese, il rapporto dimostra che le sfide legate alla maternità e all’occupazione femminile riguardano ancora tutta l’Italia, da Nord a Sud.
@Redazione Sintony News