
La giustizia digitale presenta il conto. L'inchiesta sulla sottrazione e la diffusione del video privato di Stefano De Martino e della sua ex compagna, la modella Caroline Tronelli, ha raggiunto una svolta decisiva. Secondo le ultime indiscrezioni pubblicate dal settimanale Oggi, la Polizia Postale ha completato una mastodontica operazione di tracciamento, arrivando a identificare circa tremila persone.
Il materiale intimo, sottratto violando l'intimità delle mura domestiche, non è più solo un caso di gossip, ma si è trasformato in un procedimento giudiziario dai numeri senza precedenti per il reato di condivisione non consensuale di materiale intimo.
Le indagini hanno smontato l'ipotesi romantica – per quanto inquietante – del pirata informatico esterno. Al centro del mirino degli inquirenti è finito un tecnico specializzato dell'azienda che gestiva l'impianto di videosorveglianza dell'abitazione della Tronelli.

L'uomo, attualmente iscritto nel registro degli indagati, avrebbe abusato delle proprie credenziali di accesso per: entrare da remoto nella rete informatica della casa, attivare le telecamere durante i momenti privati della coppia e registrare e caricare il file su piattaforme per adulti, dando il via a una diffusione virale durata pochi minuti.
La vera novità dell'inchiesta risiede nella vastità della platea dei responsabili. I tremila soggetti individuati non sono infatti solo coloro che hanno caricato il file originale, ma comprendono chiunque abbia alimentato la catena: chi ha inoltrato la clip su WhatsApp o Telegram, chi ha isolato screenshot o realizzato meme partendo dalle immagini rubate e chi ha rilanciato il link su profili pubblici o privati.
Per tutti loro l'accusa è pesantissima: complicità in reato informatico e violazione del codice rosso, con pene che possono arrivare a 6 anni di reclusione e multe fino a 15 mila euro.

Gli avvocati di Stefano De Martino, Angelo e Sergio Pisani, hanno confermato la volontà di procedere senza sconti. Nonostante il tempestivo intervento del Garante della Privacy, che aveva imposto il divieto assoluto di diffusione, il video ha continuato a circolare in "sottoboschi" digitali.
"Chiunque conservi, visualizzi o inoltri questi dati sta commettendo un reato e ne risponderà in tribunale," hanno ribadito i legali.
L'operazione della Polizia Postale lancia un messaggio chiaro: l'anonimato dietro lo schermo non protegge chi partecipa a quella che De Martino ha definito una vera e propria "violenza inaudita".
@Redazione Sintony News