
L’intelligenza artificiale sta modificando in profondità il mondo del lavoro, generando una realtà ambivalente in cui convivono preoccupazione e opportunità. Da un lato si diffonde il timore che milioni di posti possano essere sostituiti o radicalmente trasformati, dall’altro emerge con forza la necessità di competenze sempre più specializzate, difficili da reperire per le imprese. Questo doppio movimento restituisce l’immagine di una trasformazione già in atto, capace di ridisegnare equilibri professionali consolidati.
Due recenti analisi, una proveniente dall’ufficio del sindaco di Londra e l’altra riportata dal Sole 24 Ore, descrivono con precisione questo scenario contraddittorio. Le stesse tecnologie che alimentano le paure legate alla perdita di occupazione stanno infatti contribuendo alla nascita di nuovi ruoli e di richieste professionali in continua evoluzione.

Nel contesto londinese, la situazione appare particolarmente significativa. Quasi la metà della forza lavoro è impiegata in mansioni che potrebbero subire un impatto diretto dall’intelligenza artificiale generativa. Circa due milioni e quattrocentomila persone, pari al quarantasei per cento degli occupati nella capitale britannica, svolgono attività considerate esposte, una percentuale superiore rispetto alla media nazionale. Le analisi indicano che, nella maggior parte dei casi, non si assisterà a una scomparsa totale delle professioni, bensì a una loro trasformazione interna, con cambiamenti sostanziali nei compiti e nelle competenze richieste. Tuttavia, viene sottolineata anche la necessità di interventi tempestivi laddove il rischio occupazionale diventi concreto.
Un elemento particolarmente rilevante riguarda la distribuzione dell’impatto tra le diverse categorie sociali. Le lavoratrici risultano maggiormente coinvolte nelle mansioni più esposte, soprattutto a causa della loro presenza prevalente nei settori amministrativi e del servizio clienti. Anche le fasce più giovani mostrano una vulnerabilità superiore rispetto ai lavoratori più esperti, con una quota significativa di under 30 impiegata in attività suscettibili di automazione. Questa dinamica solleva interrogativi importanti sui percorsi di ingresso nel mercato del lavoro, poiché una riduzione delle opportunità iniziali potrebbe compromettere lo sviluppo delle carriere future.

Le professioni più a rischio si concentrano soprattutto nell’ambito amministrativo e d’ufficio, dove una parte consistente delle attività è già oggi automatizzabile. Si tratta di ruoli come quelli legati alla gestione dei dati, alle funzioni contabili di supporto o ai servizi di accoglienza, che risultano particolarmente esposti alla sostituzione tecnologica. Accanto a questi, esiste una fascia intermedia di occupazioni che presenta un’esposizione parziale, tra cui figure legate alla programmazione, alla finanza e all’analisi dei dati. Più protette risultano invece le attività che richiedono presenza fisica o relazione diretta con le persone, come i lavori manuali o quelli legati all’assistenza personale.
Parallelamente a questi cambiamenti, in Italia si registra una crescita significativa della domanda di professionisti specializzati nel settore dell’intelligenza artificiale. Le aziende cercano sempre più frequentemente figure in grado di progettare, gestire e sviluppare sistemi avanzati, con un aumento consistente delle richieste rispetto agli anni precedenti. Tra i profili più ricercati emergono ingegneri dei sistemi intelligenti, esperti nella gestione dei dati e specialisti delle tecnologie generative. Cresce inoltre l’attenzione verso competenze legate alla governance e alla conformità normativa, considerate fondamentali in vista dell’introduzione di nuove regolamentazioni europee previste nei prossimi anni, che imporranno standard più rigorosi in termini di trasparenza e controllo.

L’utilizzo delle tecnologie basate sull’intelligenza artificiale è già ampiamente diffuso all’interno delle aziende. Una quota crescente di professionisti le integra quotidianamente nelle proprie attività, con un incremento costante rispetto al passato recente. I benefici percepiti riguardano soprattutto l’aumento della produttività, il supporto nell’analisi dei dati e la capacità di stimolare processi creativi. Anche le imprese stanno accelerando l’adozione di questi strumenti, passando da una fase sperimentale a un’integrazione strutturata nei processi produttivi.
Nonostante questo progresso, il quadro rimane eterogeneo. Una parte delle aziende punta sulla riqualificazione del personale per adattarsi ai cambiamenti, mentre altre hanno già iniziato a ridurre gli organici in seguito all’introduzione delle nuove tecnologie.
La sfida principale non riguarda quindi la tecnologia in sé, ma la capacità di adattamento del sistema economico e formativo. Investire nelle competenze e nella formazione diventa così un elemento decisivo per trasformare una potenziale criticità in un’occasione di sviluppo sostenibile e duraturo.
Letizia Demontis