
Lìberas, il primo Centro Antiviolenza transfemminista in Sardegna, attivo a Cagliari – Pirri dal 2024, avvia nel corso del 2026 un nuovo progetto: lo sportello di ascolto online dedicato a persone LBT* — lesbiche, donne bisessuali, persone trans* e non binarie — residenti in Sardegna.
Si tratta di uno spazio transfemminista, sicuro, riservato e accessibile, costruito a partire dai bisogni reali della comunità, un servizio che può essere raggiunto da qualsiasi parte dell'isola, senza necessità di spostarsi fisicamente, con la garanzia dell'anonimato e della riservatezza.
Alle radici del progetto c’è la ricerca "Non più solɜ", collocandosi come la prosecuzione diretta del progetto di ricerca finanziato da ELC (European Lesbian* Conference) e condotto da Lìberas nel corso del 2025 per sensibilizzare, prevenire e contrastare la violenza lesbobitransfobica e la violenza nelle relazioni intime LBT*.
Dai dati sono emerse con forza tre necessità fondamentali: abbattere le distanze geografiche per raggiungere chi vive lontano dal CAV; decentralizzare e rafforzare la rete, formando nuovx operatrix in diverse zone dell'isola; garantire anonimato e tutela, in particolare nei contesti territoriali piccoli dove la paura di trovare persone conosciute può diventare un ostacolo insormontabile alla richiesta di aiuto.
La ricerca ha messo in luce una criticità specifica delle comunità queer di piccole dimensioni: "ci conosciamo tuttɜ". Questa prossimità relazionale, che in altri contesti sarebbe una risorsa, può essere un ostacolo quando parlare dei propri vissuti significa esporsi in circoli così interconnessi.
Per rispondere a questa criticità, Lìberas attiverà in autunno protocolli di intesa con Lesbiche Bologna e Lesvìa (Padova), per costruire una rete di invii reciproci tra Sardegna, Emilia-Romagna e Veneto. La collaborazione permetterà alle persone che lo desiderano di ricevere supporto da un centro esterno alla propria rete territoriale, garantendo maggiore tutela, anonimato e libertà di scelta.
“È una scelta politica chiara: nessuna persona deve rinunciare a chiedere aiuto per paura di essere riconosciuta o giudicata nel proprio territorio. Con questo progetto continuiamo a fare ciò che ci guida da sempre: trasformare l’ascolto in azione politica e la cura in pratica collettiva”

"Non più solɜ"
La ricerca è stata coordinata scientificamente da Mariella Popolla, sociologa dell'Università di Genova, Federica Calbini (antropologa e progettista di Lìberas), con la collaborazione di Benedetta Ziliani (educatrice e operatrice d'ascolto di Lìberas) per la ricerca online, il supporto per il Focus Group di Margherita Riva (arte-terapeuta e operatrice di Lìberas) e Federica Tendas (pedagogista del movimento e operatrice di Lìberas). Ha, inoltre, adottato un approccio misto qualitativo-quantitativo con orientamento transfemminista e queer-informed.
Tra gli strumenti utilizzati: osservazione online e un questionario di 82 domande somministrato a persone residenti in Sardegna, concluso con il focus group, un momento di riunione e scambio collettivo avvenuto durante l’estate scorsa tra le partecipanti.
Al primo mese di rilevazione avevano già risposto 325 persone e il questionario resta aperto come osservatorio permanente.
Tra i dati più significativi emersi dalla ricerca e quello che rileva come tra il 55% e il 75% delle persone intervistate abbia scelto di rivolgersi ad amicɜ o conoscenti in caso di violenza, mentre solo l'8% di chi ha subito violenza ha ricevuto l’invito a contattare un Centro Antiviolenza. Il 25% delle persone rispondenti ha riconosciuto di aver commesso atti di violenza nelle proprie relazioni, evidenziando un alto grado di consapevolezza.
"Non più solɜ" è il progetto di ricerca che ha preceduto e reso possibile lo sportello online. Finanziato da ELC, ha avuto l'obiettivo di rendere visibile e nominare la violenza nelle relazioni intime LBT* — perché, come afferma Lìberas “se la violenza non viene nominata, non può essere contrastata”.
II focus group art-based, condotti con tecniche di facilitazione visiva, hanno evidenziato come il CAV venga percepito non solo come luogo fisico ma come spazio relazionale e trasformativo: un ecosistema protetto in cui entrare non significa essere vittime, ma scegliere di non essere più solɜ.
“Contrastare la violenza lesbobitransfobica significa rompere il silenzio, costruire reti, redistribuire potere e possibilità. Significa affermare che anche nelle relazioni LBT* la violenza può esistere — e che chi la subisce ha diritto a essere credutə, sostenutə, accompagnatə.”
@Redazione Sintony News