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21 Aprile 2026

Bonus di 615 euro agli avvocati se i migranti tornano a casa: è polemica

Al centro della disputa c’è una norma definita da molti "senza precedenti": un bonus economico per gli avvocati legato all’esito del rimpatrio dei propri assistiti

Il cammino del nuovo Decreto Sicurezza verso la conversione definitiva si fa sempre più impervio. Dopo il via libera del Senato, il testo è approdato martedì alla Camera, portando con sé una scia di polemiche che vede contrapposti governo, opposizioni e l'intera classe forense. Al centro della disputa c’è una norma definita da molti "senza precedenti": un bonus economico per gli avvocati legato all’esito del rimpatrio dei propri assistiti.

L'articolo contestato introduce un contributo di 615 euro destinato ai legali che si occupano delle pratiche di rimpatrio volontario. La criticità sollevata dalle opposizioni e dai tecnici risiede nella condizione per l’erogazione: il compenso verrebbe corrisposto solo se il migrante torna effettivamente nel proprio Paese d'origine.

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Una formulazione che ha scatenato l'ira del centrosinistra, che bolla la misura come «profondamente distorsiva». Secondo i critici, legare il compenso dell'avvocato all'allontanamento del cliente minerebbe alla base il diritto alla difesa, trasformando il legale in una sorta di "agente del rimpatrio" con un interesse economico diretto opposto a quello di chi dovrebbe proteggere.

Il Consiglio Nazionale Forense (CNF) è sceso in campo con durezza, dichiarando di essere stato tenuto all'oscuro della norma durante la fase di stesura. L'organismo di rappresentanza degli avvocati ne chiede ora la cancellazione immediata, ritenendola incompatibile con la deontologia professionale e con il ruolo costituzionale del difensore.

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La tensione è altissima anche sul versante istituzionale. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, starebbe seguendo l'evolversi del dibattito con estrema attenzione. Una volta che il testo arriverà sul tavolo del Colle, il Capo dello Stato avrà tre stradefirmare il decreto così com'è, Rinviarlo alle Camere per manifesta incostituzionalità di alcune parti, firmare con riserva, accompagnando l'atto con una lettera di osservazioni per chiedere correzioni future.

L'ipotesi di un semplice "ordine del giorno", suggerita da Enrico Costa (Forza Italia) per placare gli animi senza modificare il testo, sembra non bastare a rassicurare il Quirinale.

Il decreto deve essere convertito in legge entro il 25 aprile, pena la decadenza dell’intero provvedimento. Ogni modifica alla Camera comporterebbe un nuovo passaggio al Senato (la cosiddetta "navetta"), riducendo i tempi tecnici al minimo storico.

 

 

 

@Redazione Sintony News