
In Corea del Sud esiste una competizione che si chiama Space-Out Competition e consiste nel restare seduti, immobili e in silenzio per novanta minuti. Sono vietati telefoni, distrazioni e qualunque attività: conta soltanto la presenza.
In un Paese noto per ritmi professionali intensi, forte pressione sociale e un’idea di valore personale spesso legata ai risultati, questo evento rappresenta una frattura simbolica nel sistema. Non lancia slogan né si propone come protesta esplicita, ma invita semplicemente a fermarsi e a interrogarsi sulla necessità di una corsa continua.

Un progetto nato a Seoul contro la fatica mentale
L’evento nasce nel 2014 a Seoul come risposta concreta a una diffusa stanchezza psicologica. Una condizione che non si risolve dormendo qualche ora in più, perché affonda le radici nell’obbligo costante di essere efficienti, performanti e sempre all’altezza.
Durante la manifestazione i partecipanti siedono uno accanto all’altro, spesso in parchi o spazi pubblici, mantenendo la calma. Non devono superare avversari, ma controllare il battito cardiaco e resistere all’impulso di agire. L’inazione diventa così una scelta consapevole, quasi un atto di autodeterminazione.

Una riflessione sul burnout delle società moderne
Dall’esterno novanta minuti di immobilità possono sembrare irrilevanti. In realtà, per chi vive sotto pressione costante, sospendere ogni attività è sorprendentemente complesso. È proprio questo il senso dell’iniziativa: non ridicolizzare l’idea di competizione, ma ribaltarla, trasformando il silenzio in un gesto culturale.
Nel 2025 la manifestazione ha attirato centinaia di partecipanti. Tra loro anche Byung-jin Park, musicista e imprenditore culturale, che ha descritto l’esperienza come un’occasione per liberare spazio mentale e ritrovare un contatto più autentico con sé stesso.

Il valore di questa gara, anche per chi osserva dall’Italia, non risiede nell’originalità dell’idea, ma nel messaggio che trasmette. Viviamo in una società che premia rapidità e iperattività, dove il riposo è spesso accompagnato da senso di colpa. L’iniziativa coreana ricorda che fermarsi non equivale ad arrendersi, bensì a recuperare lucidità.
Molti partecipanti raccontano di uscire dall’esperienza più leggeri, creativi e meno reattivi, come se, eliminando il rumore, riemergesse qualcosa di essenziale. La Space-Out Competition suggerisce una prospettiva diversa sul rapporto con tempo e lavoro: concedersi, anche solo per pochi minuti al giorno, il diritto di non fare nulla senza sentirsi in difetto.
Letizia Demontis