
Scorrendo i social network, compaiono sempre più frequentemente immagini di fisici scolpiti, atletici e apparentemente impeccabili. Il confronto con il proprio corpo è quasi automatico e raramente risulta favorevole. È fondamentale ricordare, però, che molte di queste rappresentazioni non derivano da ore di allenamento, bensì da elaborazioni generate dall’Intelligenza Artificiale.
Il rischio è che questo modello corporeo artificiale finisca, giorno dopo giorno, per occupare uno spazio crescente nell’immaginario collettivo, incidendo negativamente sulla percezione di sé. A confermarlo è uno studio condotto da un gruppo di ricerca dell’Università di Toronto, che ha messo a confronto immagini di atleti e persone comuni, analizzandole in base a età apparente, struttura fisica, sviluppo muscolare, abbigliamento, grado di esposizione corporea e caratteristiche del volto.

Dallo studio emerge che le figure maschili atletiche generate dall’AI risultano giovani, snelle e muscolose, mentre quelle femminili presentano corpi sottili, uniformi e levigati. Anche i soggetti non sportivi mostrano elementi poco realistici: sono assenti imperfezioni, segni dell’invecchiamento, fisicità robuste, disabilità visibili e, più in generale, tutte quelle caratteristiche che rendono i corpi autenticamente umani.
La crescente diffusione di immagini artificiali sulle piattaforme social sta progressivamente abituando il cervello a standard estetici irraggiungibili, alimentando un paragone continuo dal quale si esce inevitabilmente sconfitti. Le conseguenze si riflettono nello sguardo critico rivolto a se stessi, nel rapporto problematico con l’alimentazione, spesso accompagnato da sensi di colpa, e nella tendenza a evitare contesti in cui ci si sente eccessivamente esposti.

Nel contesto sportivo, questa pressione risulta amplificata: il corpo è costantemente sotto osservazione e rendimento fisico e apparenza procedono sullo stesso piano. Ciò porta a una riduzione della motivazione e a una perdita del piacere legato al movimento.
È importante ricordare che l’Intelligenza Artificiale non crea in senso autentico, ma replica schemi in modo coerente attraverso algoritmi, finendo per semplificare e impoverire la realtà. Di conseguenza, lo spazio della normalità si restringe e l’unicità individuale rischia di dissolversi. Dal punto di vista psicologico, la mancata accettazione di sé favorisce chiusura e isolamento, in un processo graduale e silenzioso che lo rende ancora più insidioso.
Diventa quindi necessario riflettere sul valore dell’imperfezione: un corpo non conforme racconta una storia, esprime emozioni e rappresenta un’esperienza di vita irripetibile, qualcosa che nessun algoritmo potrà mai riprodurre.
Letizia Demontis