
La Cina ha avviato una stretta sulla chirurgia estetica, limitando pubblicità ingannevoli, chiudendo account online e reprimendo pratiche non autorizzate. L’obiettivo ufficiale è proteggere la salute pubblica e contrastare modelli di bellezza “distorti” sui social media, ma il fenomeno continua a crescere, soprattutto tra i giovani di città.
Il National Health Commission e altre autorità sanitarie hanno introdotto misure severe contro frodi e corsi accelerati di formazione cosmetica senza competenze mediche. Nessuna struttura può operare senza licenza e i medici devono possedere certificazioni ufficiali. I controlli includono anche prodotti come Botox e filler e collaborazioni con la polizia per prevenire contraffazioni e abusi.
I giovani sono i principali protagonisti. Su piattaforme come Douyin e Xiaohongshu, immagini di volti e corpi “perfetti” fissano standard difficili da raggiungere senza interventi. L’esposizione a contenuti idealizzati aumenta l’insoddisfazione corporea e spinge molti adolescenti a considerare il ritocco estetico come parte della crescita, motivati da competizione sociale, opportunità lavorative e autostima.
Nonostante le restrizioni, il mercato estetico cinese continua a espandersi: milioni di pazienti sotto i 30 anni ricorrono a procedure invasive e non invasive. L’industria, del valore di decine di miliardi di dollari, coinvolge cliniche, piattaforme digitali, influencer e società finanziarie che offrono prestiti per gli interventi. La crescita rapida ha generato speculazione e pratiche predatorie, soprattutto verso giovani e studenti.

Ufficialmente Pechino denuncia un “capitalismo dell’aspetto”: un settore redditizio ma poco regolamentato, fonte di disuguaglianze e ansia collettiva. Tuttavia, la campagna può essere letta anche come controllo dei corpi. Nella visione del Partito, il corpo non è del tutto privato, ma parte di un progetto collettivo da disciplinare. La chirurgia estetica rappresenta autonomia individuale: modificare il proprio aspetto per desiderio, status o competizione sociale sfugge al controllo ideologico e produce identità non sempre conformi ai valori di sobrietà e produttività.
La guerra al bisturi racconta più di una lotta contro cliniche illegali o influencer irresponsabili: mostra il dilemma di una Cina che vuole governare una società individualista senza perdere il controllo politico. Quando il volto diventa questione di Stato, la vera domanda non è più quanto costa rifarsi il naso, ma quanto spazio resta per decidere chi vogliamo essere.
Letizia Demontis