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8 Agosto 2019

Videogiochi. Non sono la causa delle stragi

Il presidente Trump ha messo nel mirino i videogame per le sparatorie a El Paso e Dayton negli Stati Uniti, ma per la scienza non c' una correlazione

Dopo che tra il 3 e il 4 agosto negli Stati Uniti sono rimaste uccise 29 persone in seguito a due sparatorie di massa a El Paso (Texas) e a Dayton (Ohio), si è ricominciato a parlare della possibilità che esista una correlazione tra la diffusione dei videogiochi e la frequenza delle stragi di massa. La discussione, in particolare, si è accesa dopo le dichiarazioni del repubblicano Kevin McCarthy, secondo cui la responsabilità degli attentati sarebbe da attribuire proprio ai videogame, e del presidente Donald Trump, che ha spiegato come a suo parere la diffusione delle armi non c’entri alcunché, ma i motivi siano a suo parere da ricercare sia nella diffusione delle malattie mentali sia nella “glorificazione della violenza, tanto nei videogiochi quanto al cinema.

Ma quanto fondamento scientifico c’è in queste affermazioni? Ricerche alla mano, ben poco. A smentire la tesi della correlazione diretta tra diffusione dei videogiochi e frequenza degli attentati sono anzitutto le statistiche. Secondo un report redatto già nel 2004 da parte dei servizi e del ministero dell’educazione statunitense, per esempio, tra gli autori delle stragi pluriomicida solo nel 12% dei casi l’assassino era un appassionato di videogiochi sparatutto o di altre forme di entertainment violento.

L’altro dato con una robusta base statistica è quello che mette in relazione la diffusione di videogiochi in un Paese (misurata attraverso il valore del mercato pro-capite generato dall’industria del gaming) con il numero di attentati o di persone uccise in seguito a sparatorie. Secondo quanto raccolto dalla compagnia di analisi specializzata in e-sport Newzoo e ripreso da Vox, non esiste alcun tipo di correlazione tra i due fenomeni, e gli Stati Uniti mostrano un tasso di violenza nettamente superiore rispetto agli altri Paesi della top 10 mondiale per diffusione dei videogiochi. E anzi i primi due Stati della classifica, Corea del Sud e Cina, sono tra i più virtuosi dal punto di vista della violenza.

Secondo quanto messo insieme nelle scorse ore dal Washington Post, inoltre, se si vuole trovare qualcosa che sia davvero correlabile con il profilo-tipo del killer di massa, non bisogna cercare né nei prodotti dell’industria video-ludica né nella diffusione dei disturbi mentali. Ciò che accomuna gli autori delle stragi, invece, è un forte senso di risentimento verso la società o una parte di essa, la volontà di emulare il copione seguito in altre stragi precedenti e l’essere stati vittime di violenze domestiche. Infine, estendendo la valutazione a livello internazionale, si nota un certo parallelismo tra il numero di stragi e la facilità di accesso alle armi da fuoco.

Se a livello di intere nazioni dunque i videogiochi non possono essere ritenuti responsabili dell’aumento del numero di stragi violente, gli scienziati si sono concentrati anche su che cosa possa accadere a livello individuale in seguito all’utilizzo abitudinario dei videogiochi. Secondo un paper firmato da Michal Ward e pubblicato nel 2007, ad esempio, la diffusione dei videogiochi non solo non fa aumentare il tasso di violenza, ma addirittura dà l’effetto opposto, ossia riduce il numero di crimini e di assassinii. A conclusioni analoghe erano giunti già nel 2007 Gordon Dahl e Stafano DellaVigna, che si erano concentrati sugli effetti prodotti dalla visione abitudinaria di film o programmi televisivi violenti.

Nonostante il tema meriti ulteriore attenzione da parte della comunità scientifica, il rischio (evidenziato anche da Vox) è che il dibattito su un eventuale, poco probabile e comunque piccolo effetto violento indotto dai videogiochi sposti l’attenzione da ciò che invece davvero determina stragi sanguinarie e un inaccettabile numero di morti. Ossia, in altri termini, che gli e-sport diventino il capro espiatorio per spiegare un fenomeno che trova le sue vere origini e cause da tutt’altra parte, più probabilmente tra problemi sociali irrisolti e diffusione fuori controllo delle armi.