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29 Giugno 2026

Il ventaglio: l’accessorio più desiderato dell’estate 2026 tra caldo, storia e cultura visiva

Da strumento contro il caldo a oggetto culturale globale: il ventaglio attraversa secoli di arte, moda e cinema, tornando protagonista nello street style contemporaneo

A Parigi, durante le recenti sfilate, il ventaglio ha dominato i front row delle fashion week, utilizzato con naturalezza per fronteggiare l’afa che ha colpito l’Europa e ha influenzato persino l’organizzazione degli eventi. Questo ritorno segna la riscoperta di un gesto antico, che nel tempo ha assunto significati molteplici, intrecciandosi con storia del costume, arti visive e cultura cinematografica.

Tra le figure che ne hanno consolidato il valore estetico in epoca moderna figura Karl Lagerfeld, che dagli anni Ottanta lo ha trasformato in un tratto distintivo della propria immagine pubblica. Lo utilizzava, secondo numerose testimonianze, sia come riparo dal fumo di sigaretta sia come elemento scenografico, una sorta di filtro simbolico tra sé e il mondo.

Le prime forme di ventaglio risalgono all’Antico Egitto, dove venivano impiegate per rinfrescare i faraoni. Un’evoluzione decisiva avviene nella Cina della dinastia Tang, intorno al VII secolo, con la nascita del modello pieghevole vicino a quello attuale.

In Giappone, durante il periodo Heian, si sviluppa il sensu, costruito con stecche in bambù o legno e rivestito in carta washi o tessuti decorati. Accanto a questo si diffonde anche l’uchiwa, versione rigida a forma di paletta ancora oggi utilizzata nella vita quotidiana.

Attraverso le rotte commerciali del XVI secolo, il ventaglio arriva in Europa, dove si diffonde inizialmente nelle corti italiane e spagnole e successivamente in quella francese. Qui perde progressivamente la sola funzione pratica per diventare un segno distintivo di status e raffinatezza.

Nelle mani di Caterina de’ Medici diventa parte integrante della cultura di corte, insieme a mode e abitudini importate dall’Italia. Decorato con avorio, seta, madreperla e pizzi, si trasforma in un’estensione della persona, capace di comunicare rango, gusto e persino stati d’animo.

Nel XVII secolo Luigi XIV di Francia ne regolamenta la produzione attraverso la corporazione dei Maîtres Éventaillistes, innalzandone la qualità artigianale. Nel secolo successivo si diffonde anche il cosiddetto linguaggio del ventaglio, un codice gestuale che consente comunicazioni silenziose attraverso aperture e movimenti convenzionali.

Tra Ottocento e primo Novecento, il ventaglio entra stabilmente nell’immaginario pittorico. Artisti come Pierre-Auguste Renoir ed Edgar Degas lo inseriscono nelle scene mondane, mentre Giovanni Boldini lo utilizza come strumento compositivo per enfatizzare movimento ed eleganza.

Molti esemplari storici sono oggi conservati in istituzioni museali come il Fan Museum di Greenwich, il Victoria and Albert Museum di Londra e il Metropolitan Museum di New York, dove sono considerati veri e propri oggetti d’arte portatili.

Nel 1911 Jeanne Paquin commissiona a Georges Barbier e Paul Iribe una serie di ventagli realizzati con la Maison Maquet. Dipinti su pergamena, seta e carta, diventano strumenti di comunicazione visiva anticipando forme di narrazione tipiche della moda contemporanea.

Il ventaglio assume un ruolo narrativo anche nel cinema, dove diventa simbolo di seduzione, distanza sociale e ritualità. Compare in Via col vento, nei film storici di Luchino Visconti, in Memorie di una geisha e in Marie Antoinette di Sofia Coppola, contribuendo a definire atmosfere e identità visive.

Nel mondo della moda, John Galliano lo ha reso protagonista di sfilate spettacolari per Dior, costruite su estetiche teatrali e riferimenti storici. Successivamente Maria Grazia Chiuri lo ha reinterpretato nelle collezioni Cruise ispirate al flamenco e alla figura di Carmen Amaya, dove l’abanico diventa elemento ritmico e coreografico.

Oggi il ventaglio riemerge anche nello street style delle fashion week, soprattutto in città come Paris, complice l’intensificarsi delle ondate di calore che hanno condizionato eventi culturali e museali.

La sua rinascita recente ne conferma la natura duplice: oggetto funzionale e, allo stesso tempo, dispositivo estetico e simbolico.

 

 

 

 

 

Letizia Demontis