
Nessun mistero, nessun risvolto giallo. La morte di Terry Bollea, conosciuto in tutto il mondo con lo pseudonimo di Hulk Hogan, è sopraggiunta per cause strettamente naturali. A mettere la parola fine sulle speculazioni e sulle indagini relative alla scomparsa dell'icona del wrestling mondiale – avvenuta nel luglio del 2025 all'età di 71 anni – è il definitivo rapporto ufficiale diramato dal dipartimento di polizia di Clearwater, in Florida.
Il corposo dossier di 72 pagine, frutto di mesi di accertamenti, raccoglie al suo interno i verbali delle testimonianze, l'analisi delle cartelle cliniche, i filmati delle telecamere di sorveglianza della residenza e l'ispezione visiva della salma. Il verdetto degli inquirenti non lascia spazio a dubbi:
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«Non ci sono prove che indichino che la morte di Terry Bollea sia stata altro che naturale. Nel corso delle indagini non sono emersi elementi riconducibili a reati penali correlati al decesso. Pertanto, il caso viene archiviato e considerato ufficialmente risolto».
Il documento della polizia fa luce sulle precarie condizioni di salute in cui versava l'atleta negli ultimi tempi. I familiari dello storico wrestler hanno confermato agli investigatori come l'uomo stesse combattendo, nelle settimane precedenti il decesso, contro una severa serie di patologie croniche e acute: leucemia, aritmia cardiaca, polmonite, Insufficienza renale.
Un quadro clinico generale fortemente debilitato, appesantito da lunghi anni di logorio fisico che lo avevano costretto a sottoporsi, nell'ultimo periodo della sua vita, a frequenti ricoveri ospedalieri e a numerosi interventi chirurgici.

Il rapporto ricostruisce con precisione anche i momenti drammatici del decesso. Al momento del fatale arresto respiratorio, Hogan si trovava nella sua abitazione assistito dalla moglie, Sky Daily Hogan, da un'infermiera domiciliare e da un terapista occupazionale.
Fu la consorte a lanciare l'allarme componendo il numero di emergenza 911. Nel frattempo, le tre donne presenti in casa avviarono immediatamente le manovre di rianimazione cardiopolmonare (Rcp), continuandole senza sosta fino all'arrivo dei paramedici sul posto, i quali però non poterono fare altro che constatare il decesso dell'ex lottatore.
L'inchiesta si era resa necessaria per via di alcune iniziali incongruenze e dichiarazioni contrastanti emerse a ridosso della morte. In un primo momento, il terapista occupazionale aveva ipotizzato che il decesso potesse essere stato causato da un danno al nervo frenico (la struttura nervosa che collega il collo alle radici spinali) subito durante un recente intervento chirurgico. L'uomo aveva però ritrattato quasi subito l'affermazione, spiegando agli agenti di aver parlato a sproposito poiché ancora sotto shock per lo stress emotivo legato ai tentativi di rianimazione.

Ulteriori perplessità erano nate dal comportamento del medico legale locale, il quale si era limitato a diagnosticare un infarto rifiutando però di eseguire un'autopsia completa sul corpo dell'atleta. Di fronte a questo diniego, la famiglia Bollea aveva deciso di finanziare privatamente un esame autoptico indipendente. I risultati di questa seconda perizia medica hanno infine confermato la diagnosi originaria, escludendo in modo categorico «qualsiasi contributo traumatico o tossicologico terminale» e restituendo serenità alla famiglia per l'ultimo saluto alla leggenda della WWE.
@Redazione Sintony News