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4 Giugno 2026

Artisti e conflitti internazionali: tra chi prende posizione e chi sceglie il silenzio

Le dichiarazioni di Francesco De Gregori riaccendono il confronto sul ruolo pubblico dei musicisti. Da Elisa a Vasco Rossi, fino a Mannoia e Pelù, il panorama musicale si divide tra impegno civile e prudenza

Negli ultimi giorni è tornata d'attualità una questione che da sempre accompagna il mondo dello spettacolo: quale responsabilità hanno i personaggi pubblici di fronte alle grandi emergenze sociali e geopolitiche? Le recenti dichiarazioni di Francesco De Gregori hanno riaperto una discussione che coinvolge musicisti, pubblico e addetti ai lavori. In uno scenario internazionale segnato da conflitti, tensioni diplomatiche e crisi umanitarie, molti si chiedono se chi gode di grande visibilità debba intervenire pubblicamente oppure mantenere una posizione neutrale.

De Gregori ha espresso il proprio pensiero spiegando di provare un certo disagio quando figure dello spettacolo, forti della loro notorietà, assumono posizioni nette su guerre e vicende internazionali. Secondo il cantautore, questioni tanto complesse richiedono analisi approfondite e non possono essere ridotte a slogan o appelli lanciati da un palco.

L'artista ha inoltre precisato di non condividere l'idea che i musicisti debbano necessariamente sensibilizzare il pubblico su temi politici, sostenendo che ciascuno dovrebbe essere in grado di sviluppare autonomamente una propria coscienza critica. Citando anche il caso di Bruce Springsteen, ha spiegato di non riconoscersi nel ruolo dell'artista che interviene direttamente nel confronto pubblico.

De Gregori ha affermato di non voler impartire lezioni su questioni come Gaza o Israele, ammettendo di avere lui stesso dubbi e riflessioni ancora aperte. Richiamando una celebre espressione di Walt Whitman, ha rivendicato la complessità del proprio pensiero, distante da visioni assolute e dalla pretesa di indicare agli altri quale orientamento adottare.

Le sue parole, tuttavia, non hanno raccolto un consenso unanime. Elisa ha espresso apertamente il proprio dissenso, osservando come la generazione di De Gregori abbia vissuto la musica come uno strumento fondamentale di cambiamento culturale e sociale. Pur continuando a considerarlo un punto di riferimento, la cantautrice ha dichiarato di non condividere questa prospettiva.

Anche Vasco Rossi è intervenuto nella discussione, definendo quelle del collega opinioni personali e pienamente rispettabili, pur riconoscendone il carattere provocatorio. Secondo il rocker, De Gregori rimane soprattutto un poeta e non una figura politica alla ricerca di consenso.

Vasco ha poi sottolineato come il proprio pensiero emerga già con chiarezza attraverso le sue canzoni, motivo per cui non sente l'esigenza di trasformare il palco in una tribuna ideologica. Per lui, i messaggi sono contenuti nei brani e vengono colti da chi desidera davvero ascoltarli.

Se da una parte esistono musicisti che hanno scelto di esporsi apertamente su questioni come la Palestina o l'Ucraina, dall'altra molti preferiscono mantenere un profilo più prudente.

Tra coloro che hanno manifestato pubblicamente il proprio sostegno a determinate cause figurano Fiorella Mannoia, Piero Pelù, Giorgia, Gigi D'Alessio, Emma Marrone, Willie Peyote e Paola Turci. Pelù, in particolare, ha promosso due edizioni dell'evento musicale "SOS Palestina!", mentre alcuni di loro hanno aderito anche all'appello per Gaza promosso da Il Fatto Quotidiano.

Diversa, invece, la scelta di numerosi esponenti della scena rap e trap, soprattutto tra le nuove generazioni, così come di una parte dei giovani cantautori. Molti hanno preferito il silenzio oppure dichiarazioni estremamente generiche. Espressioni come "viva la pace" o "siamo contro tutte le guerre" risultano certamente condivisibili, ma vengono considerate da alcuni osservatori prese di posizione prive di una reale incisività o di riferimenti concreti alle situazioni in corso. Un atteggiamento che richiama una convinzione ancora molto diffusa: il cantante dovrebbe limitarsi a cantare.

Le ragioni di questa cautela sono diverse. Tra le principali vi sarebbe il timore di perdere una parte dei propri sostenitori, ma anche la paura di compromettere rapporti professionali, accordi commerciali, collaborazioni con aziende o concerti organizzati da amministrazioni locali. Le grandi multinazionali, infatti, tendono spesso a privilegiare figure che evitano di entrare in argomenti particolarmente sensibili. A ciò si aggiungono motivazioni più personali: scarso interesse per temi legati alla guerra e alla giustizia sociale, influenze culturali e familiari oppure la semplice scelta di non confrontarsi con questioni considerate divisive.

Una riflessione analoga era stata proposta anche da Zucchero durante un'intervista. Il cantante aveva evidenziato come molte tragedie internazionali sembrino ormai incapaci di scuotere realmente l'opinione pubblica, lamentando una crescente assenza di coesione. Raccontando le conversazioni avute con amici e colleghi come Bono, Bruce Springsteen e Bob Geldof, tutti noti per il loro impegno civile, aveva spiegato come oggi prevalgano logiche legate agli interessi economici, al business e al timore delle conseguenze.

Come esempio aveva citato Roger Waters, che in passato ha visto annullare alcuni concerti a causa delle proprie prese di posizione. Secondo quanto riferito dall'artista emiliano, diversi manager statunitensi suggerirebbero ai musicisti di mantenere un basso profilo per evitare possibili ripercussioni professionali. Pur escludendo di parlare apertamente di censura, Zucchero si era interrogato sulle ragioni di tanta cautela nei confronti del governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu, proponendo una riflessione sul peso degli interessi economici che caratterizzano l'industria musicale globale.

Il confronto resta aperto e continua a dividere il mondo dello spettacolo. Da una parte c'è chi ritiene che chi gode di una forte esposizione mediatica abbia il dovere di utilizzare la propria notorietà per richiamare l'attenzione su questioni sociali e umanitarie; dall'altra chi considera questa esposizione un compito improprio o comunque non indispensabile.

A chiusura della discussione risuonano ancora le parole pronunciate da Giorgio Gaber nel 1973: «La libertà non è star sopra un albero, libertà è partecipazione». Un concetto che, oggi come allora, continua a interrogare artisti, pubblico e società sul significato dell'impegno civile e sul valore della libertà di espressione.

 

 

 

 

 

@Letizia Demontis