
La Sardegna torna sotto i riflettori della scena gastronomica mondiale grazie a Su Filindeu, il cosiddetto “tesoro sardo”, il cui nome in lingua locale significa “i fili di Dio”. Si tratta del formato di pasta più raro riconosciuto in Italia tra oltre 350 varietà esistenti, una preparazione pressoché unica nel suo genere.
Già il temine celestiale i fili di dio richiama l'importanza della pasta all'interno della tradizione sarda
Questa eccellenza della tradizione è stata protagonista di un ampio reportage interattivo pubblicato il 19 maggio dal quotidiano statunitense New York Times, che ha dedicato un approfondimento a una delle espressioni più antiche e suggestive della cultura culinaria sarda.

I giornalisti della testata americana hanno raggiunto la Barbagia, nel cuore della Sardegna, per raccontare una tradizione che resiste da secoli e che si intreccia con un pellegrinaggio rimasto invariato per circa trecento anni.
Il servizio accompagna il lettore in un percorso in cui gastronomia e spiritualità si intrecciano profondamente. Tradizionalmente, questa pasta sottilissima veniva servita in brodo di pecora con pecorino acidulo per rifocillare i pellegrini che percorrevano a piedi il tragitto da Nuoro fino al santuario di San Francesco di Lula.

Il procedimento descritto dal quotidiano americano appare ipnotico e di estrema precisione: da un unico impasto lavorato interamente a mano si ottengono 256 fili sottilissimi, simili a filamenti di ragnatela, attraverso una serie di tiraggi e ripiegature successive. Questi fili traslucidi vengono poi disposti su un vassoio di asfodelo chiamato fundo, secondo una composizione triangolare che richiama simbolicamente la Santissima Trinità. Anche l’ambiente naturale incide sul risultato finale: “Quando viene asciugata al sole, la pasta diventa leggera e dorata”, si legge nel testo.
Tra le figure centrali del servizio spicca Paola Abraini, una delle pochissime artigiane ancora in grado di padroneggiare questa tecnica estremamente complessa, mai riprodotta dalle macchine industriali. Le sue parole, riportate dalla testata newyorkese, assumono il valore di una testimonianza identitaria: “Perdere questa tradizione sarebbe come perdere un pezzo della nostra identità”.

La lavorazione di Su Filindeu rappresenta una sfida contro il tempo e la modernità. Richiede una sensibilità millimetrica delle mani per percepire l’elasticità dell’impasto, una competenza che si sviluppa solo dopo anni di pratica e dedizione totale e che oggi risulta sempre meno diffusa tra le nuove generazioni.
La risonanza internazionale del servizio non costituisce soltanto un tributo alla cucina nuorese, ma anche una straordinaria vetrina globale per l’intera Sardegna. In un’epoca dominata da produzione industriale e ritmi accelerati, il pubblico americano riscopre il valore della lentezza, dell’artigianalità e del legame con la terra.
Su Filindeu diventa il simbolo della cosiddetta “Blue Zone” sarda, dove la longevità è spesso associata a uno stile di vita equilibrato e al profondo rispetto delle tradizioni.
Letizia Demontis