
Esistono storie d'amore nate sotto il sole di fine estate che non conoscono tramonto, anche quando il campo dice che è tempo di fermarsi. Il capitano, l'uomo della provvidenza, il "supereroe" del popolo sardo si congeda: Cagliari-Torino segnerà l'ultimo atto del viaggio di Leonardo Pavoletti in rossoblù.
Una chiusura che ha il sapore amaro della beffa, perché il destino, spesso crudele con le ginocchia del bomber toscano, gli impedirà di calpestare l'erba per l'ultima volta a causa di un infortunio. Ma a Cagliari sanno bene che la presenza di "Pavo" è ormai spirituale: sarà lì, in panchina o in tribuna, a guidare i suoi da capitano vero, trasmettendo quella forza che per anni ha fatto tremare le difese avversarie.

Tutto iniziò in una calda serata di agosto, con una folla oceanica in aeroporto a Elmas. Un’accoglienza fuori dal comune che preannunciava ciò che sarebbe stato: Leonardo non ha solo giocato per il Cagliari, ha scelto la Sardegna come casa, vedendo nascere e crescere i propri figli tra il maestrale e il calore della gente di qui.
"Quel ragazzone toscano dal sorriso contagioso non poteva immaginare che l'Isola sarebbe diventata il suo posto nel mondo", recita il toccante messaggio di addio del club. Una storia da film, fatta di ascese vertiginose e cadute dolorose, dove il mantello di "Pavoloso" veniva indossato per risolvere le partite impossibili, lasciando spazio, fuori dal rettangolo di gioco, alla semplicità di Leonardo.
Il bilancio parla chiaro e lo proietta tra i giganti della storia rossoblù: 231 presenze ufficiali, 52 reti, che gli valgono un posto fisso nella classifica dei migliori marcatori di sempre del club. L'azzurro della Nazionale conquistato a suon di prodezze aeree.
Centravanti di una specie in via d'estinzione, Pavoletti ha reso il colpo di testa un'opera d'arte. "Se la metti, segna Pavoletti" non era solo un coro, ma una sentenza. I suoi gol non sono mai stati banali: sigilli all'ultimo respiro, rimonte folli e reti pesantissime per la salvezza.
Se esiste una scena che lo consegna all'eternità, è quella del minuto 94 della finale di Bari. Quel guizzo, quella zampata epica che ha riportato il Cagliari in Serie A, rimarrà scolpita nella memoria collettiva come il punto più alto di un legame viscerale.
Oggi il club lo ringrazia con un comunicato che è una lettera d'amore: "Avresti voluto chiudere in campo, ma sarai comunque lì al fianco della squadra. Certi amori non sono fatti per dirsi addio". Cagliari non perde solo un calciatore, ma saluta un figlio adottivo che ha saputo rialzarsi dopo ogni infortunio, dimostrando che il legame tra un uomo e una maglia può superare i confini dello sport.
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