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7 Maggio 2026

Il costume di Desulo su Vogue Italia: esplode la polemica sul termine “subcultura”

La campagna “Subcultures in Italy” della rivista accende il dibattito sui social dopo l’utilizzo dell’abito tradizionale sardo. Ma il termine contestato, nel contesto antropologico e culturale, non ha alcun significato offensivo
Foto di Vogue: Sweet fritters ballad” del fotografo GianMarco Porru

Una fotografia dell’abito tradizionale di Desulo pubblicata da Vogue Italia ha acceso un intenso dibattito sui social network. Al centro delle contestazioni non c’è soltanto l’immagine scelta dalla rivista - tratta dal progetto “Sweet fritters ballad” del fotografo GianMarco Porru - ma soprattutto il termine “subcultures”, utilizzato nella campagna lanciata dal magazine per fotografi e videomaker italiani.

L’iniziativa, intitolata “Subcultures in Italy”, invita creativi e artisti visivi a raccontare le sottoculture presenti nel Paese entro il mese di giugno. I lavori selezionati saranno pubblicati nel numero di agosto della rivista. Proprio l’associazione tra il costume tradizionale sardo e la parola “subculture”, però, ha suscitato indignazione tra numerosi utenti.

Eppure, il significato del termine appare molto distante dall’interpretazione offensiva attribuita da parte del pubblico alla campagna. Secondo la definizione della Treccani, subcultura” indica un «modello o sistema integrato di elementi esistenziali e valutativi» capace di distinguere un gruppo all’interno di una collettività. Il dizionario De Mauro aggiunge che il termine può riferirsi, in ambito antropologico, a un «gruppo culturale all’interno di una comunità culturale più ampia». Si tratta quindi di una definizione descrittiva e non dispregiativa.

Da qui nasce quello che sembra essere soprattutto un equivoco linguistico e culturale. È difficile immaginare che una rivista internazionale come Vogue Italia volesse sminuire o offendere la cultura sarda attraverso un progetto dedicato proprio alla valorizzazione delle identità territoriali italiane. Piuttosto, l’obiettivo sembra essere quello di mettere in luce realtà locali, tradizioni e comunità spesso escluse dalla narrazione più stereotipata del Paese.

 

Nella descrizione ufficiale dell’iniziativa, infatti, Vogue Italia e PhotoVogue spiegano di voler raccontare un’Italia diversa da quella più iconica e cinematografica associata alla Roma felliniana, ad Anna Magnani o Sophia Loren. «L’Italia è anche un sottobosco di realtà e storie celate e mai svelate», si legge nella presentazione del progetto. «È un Paese complesso e sfaccettato, con una storia ricca, spesso travagliata, che nel corso dei secoli ha conosciuto l’influenza di popoli e culture differenti».

L’invito rivolto ai partecipanti è quello di documentare «le sottoculture in Italia oggi, andando oltre quelle già note per scoprirne di nuove: realtà locali e regionali, modi di vivere e di essere fuori dal mainstream ma profondamente radicati nel tessuto culturale del Paese». La call cita esempi che spaziano dagli skaters ai punk, dai ravers ai club kids, fino a «comunità più intime e inaspettate». Il punto centrale, sottolinea la rivista, «non è l’origine, ma il contesto».

La Sardegna, in questa prospettiva, rientra pienamente nel racconto di una pluralità culturale italiana fatta di identità fortemente radicate, tradizioni antiche e contaminazioni storiche. Non a caso, il regolamento della campagna specifica che “Subcultures in Italy” è aperta «a qualsiasi forma di sottocultura nata sul territorio italiano, originata da commistioni con altre culture e da comunità della diaspora, oppure da movimenti e realtà che affondano le proprie radici nelle tradizioni storiche italiane».

Sui social, tuttavia, il dibattito ha rapidamente preso un’altra direzione. L’immagine della modella che indossa il costume tradizionale di Desulo in una posa considerata da alcuni troppo sensualizzata, unita all’utilizzo della parola “subculture”, è stata interpretata da molti come una forma di ridimensionamento della cultura sarda. Al di là delle polemiche, però, il contenuto della campagna sembra raccontare altro: il tentativo di valorizzare identità culturali spesso considerate marginali rispetto alla rappresentazione dominante dell’Italia.

In questo caso, più che di un attacco alla cultura sarda, sembra trattarsi di un corto circuito comunicativo nato dall’interpretazione del termine “subcultura”, percepito da alcuni nel suo significato più negativo di “sottocultura”, anziché nell’accezione antropologica e sociologica utilizzata dalla rivista.

 

 

 

 

 

Letizia Demontis