
La fotografia intitolata “Separati dall’ICE”, realizzata da Carol Guzy, è stata premiata come Photo of the Year 2026 nell’ambito del World Press Photo Contest 2026, uno dei riconoscimenti più prestigiosi nel campo del fotogiornalismo e della fotografia documentaria. Insieme all’immagine vincitrice, sono stati annunciati anche i due scatti finalistidell’edizione.
Quest’anno il concorso ha raccolto 57.376 immagini, inviate da 3.747 fotografi provenienti da 141 Paesi. Tra tutte le opere premiate - realizzate nel corso del 2025 - la giuria ha scelto il vincitore assoluto e i due finalisti.
L’immagine premiata è stata scattata all’interno del Jacob K. Javits Federal Building, uno degli edifici federali statunitensi accessibili ai fotografi. L’autrice, insieme ad altri professionisti, ha documentato giorno dopo giorno quanto accadeva lungo un corridoio della struttura. Lo scatto coglie un momento estremamente delicato: la separazione di una famiglia da parte dello Stato.
Il protagonista è Luis, un migrante ecuadoriano che, secondo i familiari, non ha precedenti penali. L’uomo - unico sostegno economico del nucleo familiare - è stato fermato dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement dopo un’udienza presso il tribunale per l’immigrazione, il 26 agosto 2025.
La moglie, Cocha, e i loro tre figli, di 7, 13 e 15 anni, si sono ritrovati improvvisamente ad affrontare difficoltà economiche immediate e un forte trauma emotivo. Nel comunicato ufficiale del premio si evidenzia che quanto documentato non rappresenta un episodio isolato, bensì l’effetto di una politica applicata in modo indiscriminato, anche a persone che si presentano alle udienze in buona fede, seguendo le procedure richieste.
L’opera vincitrice fa parte di un progetto più ampio di Guzy, dedicato agli arresti dell’ICE nei tribunali di New York, già premiato nella categoria Storie per la regione Nord e Centro America. Commentando il riconoscimento, la fotografa ha sottolineato l’importanza di dare visibilità a queste vicende: ha raccontato di essere stata testimone non solo della sofferenza di numerose famiglie, ma anche della loro dignità e capacità di resistere alle avversità. Ha inoltre precisato che il premio appartiene soprattutto alle persone ritratte, che hanno scelto di condividere le loro storie.
Anche la direttrice esecutiva del World Press Photo, Joumana El Zein Khoury, ha commentato l’opera, definendola una testimonianza intensa e necessaria. Ha evidenziato come l’immagine mostri il dolore di bambini che perdono il padrein un luogo simbolo di giustizia, trasformato invece in uno spazio di separazione e sofferenza. In questo senso, ha ribadito il valore del fotogiornalismo indipendente come strumento fondamentale di testimonianza nelle democrazie.

La vincitrice della Photo of the Year 2026 Carol Guzy , Credit: Andrea Pritchard
Accanto alla fotografia vincitrice, la giuria ha selezionato due finalisti. Il primo è “AID Emergency in Gaza” di Saber Nuraldin, realizzato per EPA Images. Lo scatto mostra alcuni palestinesi mentre si arrampicano su un camion carico di aiuti umanitari in ingresso nella Striscia di Gaza attraverso il valico di Zikim, nel tentativo di ottenere farina durante una temporanea sospensione delle operazioni militari.
Secondo le Nazioni Unite, tra la fine di maggio e l’inizio di ottobre 2025 almeno 2.435 palestinesi in cerca di cibo sono stati uccisi nei pressi dei punti di distribuzione degli aiuti o nelle loro vicinanze. Nonostante un accordo di cessate il fuoco raggiunto nell’ottobre successivo, oltre il 75% della popolazione continua a soffrire di fame e malnutrizione. La giuria ha sottolineato come la fotografia renda evidente la gravità della crisi umanitaria e le sue implicazioni globali. Nuraldin, nato a Gaza, documenta la vita nella regione dal 1997.
Il secondo finalista è “I processi delle donne Achi” di Victor J. Blue, pubblicato su The New York Times Magazine. L’immagine ritrae Doña Paulina Ixpatá Alvarado insieme ad altre donne Achi - gruppo indigeno del Guatemala - all’esterno di un tribunale della capitale, il 30 maggio 2025.
Le protagoniste sono note per la loro lunga battaglia legale contro le violenze subite durante il conflitto armato interno. Nella stessa giornata, tre ex membri delle pattuglie di autodifesa civile sono stati condannati a 40 anni di carcere per stupro e crimini contro l’umanità. Per oltre quattro decenni, molte di queste donne hanno continuato a vivere nelle stesse comunità dei loro aggressori. Solo nel 2011, 36 di loro hanno deciso di rompere il silenzio, avviando un percorso giudiziario durato 14 anni e conclusosi con una storica vittoria.
La giuria ha evidenziato come lo stile sobrio e misurato dello scatto valorizzi la dignità e l’autorevolezza delle protagoniste, contrapponendosi consapevolmente alle rappresentazioni del passato che le ritraevano - soprattutto quando sopravvissute a violenze sessuali - come figure prive di potere.
Letizia Demontis