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16 Aprile 2026

H&M ridisegna la rete fisica: addio a 160 negozi nel 2026, tagli anche in Italia

Entro la fine del 2026, il gruppo chiuderà 160 punti vendita in tutto il mondo, Italia inclusa

Il colosso svedese dell'abbigliamento H&M, fondato nel 1947 da Erling Persson, ha annunciato una drastica accelerazione nel piano di riorganizzazione globale. Entro la fine del 2026, il gruppo chiuderà 160 punti vendita in tutto il mondo, Italia inclusa, nel tentativo di arginare una flessione dei ricavi che nel primo trimestre dell'anno ha segnato un preoccupante -10%.

La nuova strategia è chiara: meno vetrine su strada, più investimenti nell’e-commerce. Il nuovo modello retail prevede il mantenimento dei soli "mega-store" situati in posizioni ultra-strategiche, capaci di generare profitti elevati, mentre il resto del fatturato dovrà spostarsi online.

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In Italia, la notizia più drammatica riguarda lo storico store di Roma Tuscolana, la cui serrata definitiva è fissata per il prossimo 10 maggio. Il provvedimento mette a rischio il futuro di 17 dipendenti a tempo indeterminato. Situazione diversa per i punti vendita di Bari e Conegliano (Treviso), che non dovrebbero chiudere ma saranno sottoposti a una profonda ristrutturazione.

La tensione con i sindacati è altissima. Le sigle dei lavoratori chiedono garanzie occupazionali e un superamento della precarietà: finora, infatti, il colosso svedese ha fatto largo uso del lavoro a chiamata, una formula che oggi i dipendenti chiedono di trasformare in contratti stabili e di lungo periodo.

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Il piano di tagli non risparmia i marchi satellite del gruppo (che possiede anche COS, Monki, Weekday e Cheap Monday). A subire un duro colpo è & Other Stories: l'azienda ha deciso di centralizzare tutte le attività creative a Stoccolma, chiudendo la sede di Parigi. Questa manovra comporterà il licenziamento di circa 30 professionisti altamente specializzati nel settore della moda francese.

H&M si trova oggi schiacciata in una terra di mezzo commerciale che non sembra più pagare.

Piattaforme come Shein hanno imposto un modello di fast fashion estremo, con prezzi stracciati e una logica esclusivamente digitale che abbatte i costi fissi. Una concorrenza così aggressiva ha spinto H&M persino alle vie legali, intentando una causa per violazione del copyright contro il colosso asiatico.

Sul fronte opposto, la spagnola Zara continua a dominare la fascia media, offrendo uno stile percepito come superiore e un rapporto qualità-prezzo che ha scalzato H&M nelle preferenze dei consumatori.

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Nonostante le difficoltà finanziarie, H&M ha investito massicciamente nella transizione ecologica, riuscendo a tagliare le proprie emissioni del 34,6% rispetto al 2019. Tuttavia, questo impegno etico non si è tradotto in una maggiore spinta alle vendite. Al contrario, i costi legati alla sostenibilità — non sempre sostenuti con lo stesso vigore dai competitor più aggressivi — hanno contribuito ad appesantire i bilanci in un momento in cui il mercato premia quasi esclusivamente il prezzo più basso o l'estetica più ricercata.

Il 2026 si prospetta dunque come l’anno della verità per il gruppo di Stoccolma, chiamato a dimostrare che la "fuga dai centri città" verso il digitale sia la mossa giusta per sopravvivere nell'era dell'ultra-fast fashion.

 

 

@Redazione Sintony News