
In Corea del Sud esiste un termine che descrive una forma di felicità semplice e accessibile: sohwakhaeng, che significa “piccola ma certa felicità”. Nato negli anni Ottanta, questo concetto è tornato attuale come risposta a una vita dominata da impegni, pressioni e stimoli continui.
La sohwakhaeng non dipende da successi o traguardi eccezionali, ma da momenti ordinari: bere una tazza di tè la sera, sistemare uno spazio di casa, ascoltare la pioggia dalla finestra. Gesti minimi che, se riconosciuti, aiutano a rallentare e a ritrovare equilibrio mentale.

Non si tratta di una pratica spirituale, ma di un approccio concreto al benessere: concentrarsi su ciò che è sotto il nostro controllo. A differenza della visione occidentale, spesso legata ai risultati, la cultura coreana valorizza la continuità delle piccole abitudini. Alcune ricerche della Korean Psychological Association indicano che chi coltiva regolarmente questi momenti sviluppa maggiore calma, fiducia e autostima.
Applicare questo modello è possibile ovunque, anche a casa, attraverso rituali semplici: una routine serale rilassante, una finestra aperta per respirare aria fresca, la cura di un oggetto caro. L’importante è ripetere il gesto, fino a trasformarlo in un momento stabile di benessere.

Il valore di questa filosofia sta nella sua normalità: non chiede di essere felici sempre, ma di accorgersi quando lo si è, anche solo per un istante. Perché la felicità autentica non è rumorosa né eclatante: spesso si manifesta in una sera qualunque, quando tutto rallenta e ci si sente bene, senza un motivo preciso.
Letizia Demontis