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23 Gennaio 2026

Il vaccino contro il fuoco di Sant’Antonio potrebbe rallentare l’invecchiamento 

Chi si è vaccinato mostra parametri biologici più favorevoli in sette indicatori legati all’età

Un nuovo studio statunitense suggerisce che il vaccino contro l’Herpes zoster - il cosiddetto fuoco di Sant’Antonio - potrebbe essere associato a un rallentamento dell’invecchiamento biologico. Le persone vaccinate, infatti, presentano valori più favorevoli in sette indicatori chiave analizzati dai ricercatori.

Negli ultimi anni, diverse ricerche avevano già ipotizzato un legame tra alcune vaccinazioni - come quelle contro l’influenza e lo stesso Herpes zoster - e un minor rischio di demenza o di patologie neurodegenerative. I nuovi dati aggiungono ora un ulteriore tassello a questo filone di studi.

Che cos’è l’Herpes zoster

La malattia è causata dalla riattivazione del virus Varicella-Zoster, che rimane latente nei gangli nervosi dopo aver provocato la varicella durante l’infanzia. Quando si riattiva - più frequentemente in età avanzata o in presenza di malattie croniche - provoca un’eruzione cutanea dolorosa, spesso localizzata su un solo lato del torace o dell’addome.
Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, una persona su dieci sperimenterà un episodio di Herpes zoster nel corso della vita adulta. Per questo la vaccinazione è consigliata dopo i 50 anni ed è particolarmente raccomandata agli over 65.

Lo studio e i risultati

I ricercatori dell’Università della California hanno analizzato i dati di oltre 3.800 persone, tutte con più di 70 anni nel 2016, utilizzando le informazioni raccolte dall’Health and Retirement Study, uno dei principali database nazionali statunitensi sull’invecchiamento.

Sono stati valutati sette parametri associati all’età biologica, tra cui infiammazione sistemica, risposta immunitaria, funzionalità cardiovascolare, segnali di neurodegenerazione, indicatori epigenetici e trascrittomici, oltre a un punteggio complessivo di età biologica.

I partecipanti vaccinati mostravano valori più favorevoli in tutti gli indicatori analizzati, con differenze particolarmente evidenti nei marcatori infiammatori e in quelli epigenetici. In termini biologici, dunque, apparivano invecchiare più lentamente rispetto ai non vaccinati.

Secondo gli autori, una possibile spiegazione risiederebbe nella riduzione dell’infiammazione cronica di basso grado, un processo strettamente collegato a molte condizioni tipiche dell’età avanzata, come fragilità, malattie cardiovascolari e declino cognitivo. Un dato rilevante è che l’effetto positivo risulterebbe persistente anche a distanza di quattro anni o più dalla vaccinazione, suggerendo un beneficio potenzialmente duraturo.

Gli studiosi sottolineano comunque la necessità di ulteriori ricerche per confermare il rapporto di causa-effetto. Tuttavia, le evidenze raccolte aprono nuove prospettive sul ruolo dei vaccini non solo nella prevenzione delle infezioni, ma anche nella promozione di un invecchiamento più sano.

Letizia Demontis