
Svolta nelle indagini sull’attentato dinamitardo contro il giornalista Sigfrido Ranucci, avvenuto il 16 ottobre scorso davanti alla sua abitazione di Pomezia. I carabinieri dei nuclei investigativi di Roma e Frascati hanno eseguito quattro misure cautelari nei confronti di altrettanti uomini ritenuti i presunti esecutori materiali dell’attacco.
Gli arresti sono stati eseguiti tra le province di Napoli e Avellino: tre indagati sono stati trasferiti in carcere, mentre uno è stato posto agli arresti domiciliari. Le accuse, contestate a vario titolo, comprendono detenzione, porto e impiego di un ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, con le aggravanti dell’azione commessa da più persone e con modalità mafiose.
Secondo gli investigatori, i quattro avrebbero agito su incarico di mandanti che non sono ancora stati identificati. Chi avrebbe organizzato l’attentato, oltre a finanziare l’operazione, avrebbe promesso ai presunti esecutori assistenza legale in caso di arresto e persino un piano di fuga all’estero.
L’inchiesta, sviluppata nel corso di diversi mesi, ha consentito di ricostruire l’intera dinamica grazie all’analisi delle immagini delle telecamere di videosorveglianza, agli accertamenti scientifici del Ris e ai tabulati telefonici. Gli esperti hanno stabilito che l’ordigno era composto da gelatina da cava, un esplosivo oggi poco utilizzato ma ancora caratterizzato da un elevato potenziale distruttivo, elemento che fa ipotizzare l’esistenza di un canale illegale di approvvigionamento.
Determinanti per arrivare ai sospettati sono state le immagini delle telecamere lungo la via Pontina, che hanno consentito di individuare una Fiat 500X noleggiata in Campania e utilizzata per raggiungere Roma e fare ritorno subito dopo l’attentato. L’incrocio tra i filmati e i dati telefonici ha inoltre evidenziato che gli stessi dispositivi avevano percorso il medesimo tragitto anche nei giorni precedenti, durante un sopralluogo nella zona.
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