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6 Dicembre 2019

Un Mondo di Libri e le letture consigliate

Dei libri ereditiamo le vive sensazioni, le note fra le righe e i tanti ammaestramenti che rimarranno per sempre nel nostro cuore e memorie

Tutta la varietà, tutta la delizia, tutta la bellezza della vita è composta d’ombra e di luce

                                            (Lev Tolstoj, Anna Karenina)
 

"La Strage. Il romanzo di piazza Fontana", scritto da Vito Bruschini ed edito da Newton Compton. Milano, 12 dicembre 1969. Nella sede centrale della Banca dell'Agricoltura, una bomba esplode violentemente, uccidendo sul colpo dodici persone e ferendone quasi novanta. Sono trascorsi oltre quarant'anni dalla strage, eppure di quell 'attentato, che segnò una frattura insanabile nella storia recente dell 'Italia dando il via alla terribile stagione della “strategia della tensione”, si continua a disquisire. Molte domande non trovano una risposta: perché, fin dal principio, furono colpevolizzati gli anarchici? Chi aveva interesse nell'attentato? Quale fu il ruolo dei servizi segreti in questa storia? Esisteva un patto scellerato tra politici italiani e intelligence straniera? Quante bombe scoppiarono alla Banca dell'Agricoltura? La strage vuole raccontare, da un punto di vista ravvicinato, quasi “dall' interno”, non solo i fatti di quel triste giorno, ma un intera fase cruciale per il nostro Paese, iniziata prima del 12 dicembre e proseguita per tanti anni a venire. Grazie al suo accurato lavoro di documentazione, Vito Bruschini riesce a rievocare l 'atmosfera cupa e tesa che avvolse un 'Italia annichilita dalla paura, ma non ancora sconfitta, in un grande romanzo su uno dei misteri più drammatici della storia repubblicana. Un mistero che dura da quarant'anni.

 

Christian Dior & moi. L'autobiografia di Christian Dior uno dei più grandi geni del suo periodo.
«Se alcuni abiti mi hanno deluso o tradito, altri mi hanno amato con la stessa fedeltà con cui li amavo io. Sono per me una vera ossessione. Sono l’inferno e insieme il paradiso, l’incanto e il tormento della mia vita».

«I miei ricordi più belli io devo ancora viverli, il mio passato è ancora molto giovane». Così scriveva Christian Dior nel 1956, nel dare alle stampe questa sua autobiografia, ora per la prima volta pubblicata in italiano. Quasi un anno dopo, però, Dior moriva all’improvviso, e quelle pagine rimasero come la storia di tutta la sua vita. A originarle era stato un bisogno che lo stilista dichiarava sin dalle prime righe: «Esistono due Christian Dior: il Christian Dior pubblico e quello privato». Ed è per dire tutta la verità sul primo Dior, sul grande sarto di avenue Montaigne, che l’altro Christian Dior ha deciso di scrivere un libro di memorie. Proprio sul filo di questa ironica trovata narrativa della doppia identità Dior dipana i ricordi di una vita che ha segnato la storia dell’alta moda del Novecento. La voce narrante è quella del sarto schivo e pignolo, nato nella brumosa Normandia e trapiantato presto a Parigi, dove, dopo aver lasciato gli studi, insegue una vaga vocazione artistica, nel clima vivace della capitale francese. Entrato quasi per caso nella maison di Lucien Lelong, fu dopo la fine della guerra, nell’ottobre del 1946, che Dior fondò la sua casa di moda. È l’inizio di una rivoluzione: in poco meno di un anno il successo lo porta ad aprire una filiale a New York in cui si concepiscono abiti espressamente studiati per il mercato americano. Non a caso New Look era il nome della linea che lo lanciò e che affermò un’idea tutta nuova di femminilità: vitino di vespa, gonna a corolla, tessuti raffinati e accessori coordinati. Dior fu infatti il primo a lanciare per ogni collezione le linee di accessori di moda: borse, guanti, foulard, profumi. Una rivoluzione di costume vista da dietro le quinte: ecco cosa rende imperdibili queste pagine. Non c’è dettaglio che sfugga all’occhio e alla penna del geniale stilista: dal lavoro creativo e manuale del sarto alle superstizioni dello stilista di successo, dai vizi e capricci delle clienti alle piccole manie e fragilità delle mannequin, dalle esigenze del mercato al perfezionismo delle sfilate nella leggendaria maison. A chiudere questa girandola di ricordi eccezionali è una sorta di dichiarata riappacificazione di Dior con se stesso: «Sento che questa mia controfigura pubblica, il Christian Dior brillante e mondano, mi è servito e mi serve. Perché è lui che tiene in piedi tutta l’impalcatura, è lui che, anche con i suoi eccessi, fa vibrare le antenne del gusto. E finché ci sarà lui a proteggermi con la sua ombra, io potrò riservare a me stesso, Christian, la parte migliore. Quella che, dall’idea all’abito, è la mia ragione di vita: il mio lavoro. E così, a quasi dieci anni dalla nascita della mia casa di moda, io, per la prima volta, accetto di identificarmi con questo fratello, quest’altro me stesso che è il frutto della celebrità e che non mi somiglia».

 

Infine, Per questo ho vissuto. La mia vita ad Auschwitz-Birkenau e altri esili di Sami Modiano. "Quel giorno ho perso la mia innocenza. Quella mattina mi ero svegliato come un bambino. La notte mi addormentai come un ebreo." Come tanti sopravvissuti all'Olocausto, per molti anni Sami Modiano è rimasto in silenzio. In che modo dare voce al dolore di un'adolescenza bruciata, di una famiglia dissolta, di un'intera comunità spazzata via? La storia di Sami Modiano è una trama intessuta di addii e partenze alle quali lui ha sempre opposto la determinazione a riappropriarsi delle sue radici.
 

REDAZIONE DI @MARIAZZURRA LAI